CCIR

Una perdita di liquidità grave e immediata che per le sole imprese dell’industria alimentare in Veneto si può stimare in 850 milioni di euro l’anno. Un «prestito forzoso allo Stato» per effetto dell’estensione del reverse charge alle forniture alla grande distribuzione

organizzata (Gdo), con conseguenze devastanti per migliaia di realtà produttive.

È l’allarme lanciato da Confindustria Padova derivante dall’applicazione del meccanismo di reverse charge (inversione contabile) per il versamento dell’Iva sulle forniture a supermercati, ipermercati e discount alimentari, che produrrebbe pesanti conseguenze finanziarie per tutti i fornitori della Gdo, per la maggior parte piccole e medie imprese, e un oneroso ricorso al credito per far fronte ai costi di gestione aziendale, con effetti fortemente negativi su investimenti e occupazione e sulla domanda interna della filiera agroalimentare.

L’allarme di Confindustria Padova dà voce alla preoccupazione di centinaia di imprese e affianca l’iniziativa di Confindustria che martedì ha presentato ufficialmente la denuncia preventiva alla Commissione europea contro le nuove regole fiscali sull’Iva che coinvolgono, oltre al comparto alimentare, tutti i settori che lavorano con la Gdo, come chimica e prodotti per la casa, cosmetica, abbigliamento.

La misura del reverse charge, introdotta con la legge di Stabilità 2015, non è ancora operativa ma proprio in questi giorni è al vaglio degli organi comunitari per l’eventuale autorizzazione. Secondo le nuove regole, l’impresa fornitrice della grande distribuzione non incasserebbe più l’Iva sulla fattura emessa, Iva che sarebbe liquidata allo Stato direttamente dalla Gdo attraverso un meccanismo di compensazione interna. L’impresa fornitrice invece dovrà continuare a pagare l’Iva alle aziende da cui acquista, ad esempio, le materie prime e non potrà più recuperarla dalla Gdo, accumulando una mole di crediti Iva nei confronti dello Stato, con attese lunghissime e crescenti difficoltà sul fronte della liquidità.

«Siamo di fronte a un prestito forzoso allo Stato - dichiara il presidente di Confindustria Padova, Massimo Finco - una misura dannosa e non giustificata da alcuna urgenza o necessità, che metterebbe in seria difficoltà migliaia di imprese. Nella condizione di cronico ritardo dei rimborsi Iva da parte dello Stato, la slavina rischia di diventare una valanga, drenando in Veneto 850 milioni di liquidità solo alle imprese alimentari, che finora incassano l’Iva e che, se la misura passasse, si vedrebbero private di queste entrate, trasformandosi in mega-creditori dello Stato. Per questo, insieme a Confindustria, chiediamo all’Ue di non autorizzare quella norma. L’Italia, tra l’altro, è sottoposta a una procedura di infrazione Ue per i lunghi tempi di attesa e le complessità dei rimborsi Iva: due anni e mezzo, che si riducono a uno e mezzo con la procedura semplificata. Tempi biblici, a fronte dei 10 giorni in media in Germania e 30 in Francia».

«Tra le imprese c’è molta preoccupazione per le conseguenze del reverse charge - aggiunge il presidente della Sezione Alimentari, Giovanni Taliana -. In primis per la forte esposizione finanziaria, che costringerebbe l’industria alimentare del Veneto, quasi 3.700 imprese di cui 680 a Padova (18,5%) al ricorso al credito per far fronte ai costi di gestione, con conseguenze su equilibrio finanziario, investimenti e occupazione. Ma anche sulla domanda interna, dal momento che i fornitori della Gdo potrebbero essere spinti ad acquistare materie prime e servizi sul mercato europeo, per ridurre il più possibile la formazione di crediti Iva. Le finalità del Governo sono di prevenzione e contrasto all’evasione fiscale e le condividiamo. Ma le forniture alla Gdo non sono un settore esposto a frodi che giustifichino il reverse charge, trattandosi di grandi soggetti che operano in modo strutturale».