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Ritardi dei pagamenti della P.A. e della grande impresa: gli effetti sul sistema delle PMI PDF Stampa E-mail
Venerdì 13 Gennaio 2012

Negli ultimi anni il fenomeno dei ritardati pagamenti della Pubblica Amministrazione ha raggiunto dimensioni significative, alimentando un dibattito serrato a livello nazionale e internazionale sui possibili effetti prodotti sul sistema economico, e 

 

in particolare alla luce della recente crisi economica che, aggravando la situazione delle imprese coinvolte, ha accentuato le criticità già rilevate in precedenza. Le criticità legate ai pagamenti riguardano in particolare due aspetti: le tempistiche previste dai contratti, eccessivamente lunghe, e il non rispetto delle scadenze previste contrattualmente. Secondo gli ultimi dati rilevati, la puntualità dei pagamenti continua a peggiorare, si trasmette in cerchi concentrici a tutto il sistema delle imprese, finisce per danneggiare la pulizia delle Centrali Rischi in banca. Purtroppo nessuna certezza è stata data dal Governo sull’introduzione della Direttiva Comunitaria che obbligherebbe tutti (Stato e imprese) a pagamenti puntuali e questa è una decisione grave e incomprensibile. Si teme addirittura un rinvio ulteriore. Il tessuto economico italiano è tradizionalmente composto da piccolissime, piccole e medie imprese. Inevitabilmente, non solo la capacità di queste ultime di prevenire il ritardo dei pagamenti in sede di contrattazione con le pubbliche amministrazioni è limitata; ma anche la possibilità di ricorrere alla tutela giurisdizionale è ridotta, in ragione dei costi economici e sociali che comporta. C’è poi da considerare il fatto che, nonostante il paradigma vincente dei distretti industriali, la disaggregazione degli operatori economici nei confronti del fenomeno è sempre stata alta. Solo recentemente, ad esempio, a seguito dell’ulteriore aggravarsi del fenomeno, gli imprenditori hanno stretto accordi di cooperazione con gli altri operatori del mercato, e in particolare con le banche. Peraltro, questo genere di partnership – sulla cui effettività è presto per esprimere un giudizio – rimane peraltro un fenomeno circoscritto ad aree geografiche delimitate (in particolare nel Nord- Est). Tra l’altro il peggioramento dei tempi medi di pagamento avvenuto negli ultimi due-tre anni ha coinciso con la crisi economico-finanziaria, che ne ha acuito gli effetti. Una situazione alla quale di certo non può porre rimedio la normativa attuale, che prevede interessi di mora che per un motivo o per l’altro non verranno mai corrisposti ai fornitori. Un’analisi comparativa del fenomeno: l’anomalia italiana. Il fenomeno del ritardo dei pagamenti coinvolge oggi soprattutto i fornitori della Pubblica Amministrazione (P.A.), imprese sia italiane che europee. Gran parte dell’exploit negativo dell’Italia rispetto agli altri partners europei è difatti spiegabile dal comportamento tutt’altro che virtuoso del settore pubblico. La complessità dell’organizzazione delle procedure amministrative e dei criteri per il trasferimento dei fondi tra le varie strutture nonché l’ampio potere di mercato della Pubblica Amministrazione sono, infatti, fattori determinanti che contribuiscono all’allungamento delle tempistiche di pagamento. Per non parlare del Patto di stabilità che, nell’ambito del più generale processo di risanamento della finanza pubblica, impedisce agli Enti locali di utilizzare la liquidità disponibile per far fronte a vecchi e nuovi impegni di spesa. In ottica comparativa, si osserva che già nel 2010 in Italia il ritardo dei pagamenti del settore pubblico era di 86 giorni, oltre il doppio di quello del settore privato, pari a 30 giorni. A fronte degli 86 giorni di ritardo registrati in Italia corrispondono 19 giorni nel Regno Unito, 65 giorni in Spagna, 21 giorni in Francia e 11 giorni in Germania, con una Media UE di 27 giorni.Fonte:

Dati Intrum Justitia – Confronto tra l’Italia e la media UE dell’EUROPEAN PAYMENT INDEX 2010. L’esposizione della P.A. verso le imprese per forniture o servizi erogati in esecuzione di appalti pubblici ammonta a circa 90 miliardi di euro. Solo nei confronti della sanità italiana – le imprese vantano crediti per circa 33 miliardi di euro. Complessivamente, nei confronti della Pubblica Amministrazione, le aziende private devono ancora riscuotere una somma che si aggira tra i 60 e i 70 miliardi di euro. Una situazione, come dimostrano i dati, che non ha eguali in Europa. Sbloccare il pagamento di oltre 33 mld darebbe un aiuto non indifferente all’economia di migliaia di imprese. Secondo l’Ance (Associazione nazionale costruttori edili) i tempi medi di pagamento dei lavori pubblici da parte della pubblica amministrazione, in qualità di committente, hanno raggiunto, nel secondo semestre 2011, la soglia degli otto mesi. Il ritardo medio è pari a 159 giorni. In campo sanitario i ritardi hanno dello sconcertante perchè possono anche essere superiori ad un anno. Secondo i dati a disposizione di Unimpresa il ritardo nei pagamenti della pubblica amministrazione si aggira intorno ai 270 giorni, con punte di 1000 giorni! I costi connessi ai ritardati pagamenti: un tentativo di stima. Il fenomeno del ritardo dei pagamenti ha ormai raggiunto e superato livelli di guardia, con effetti non più soltanto micro e redistributivi ma anche macro e allocativi. In primo luogo, il ritardo dei pagamenti della P.A. trasferisce alle imprese fornitrici il problema di liquidità del settore pubblico. Ne consegue, anzitutto, la difficoltà per le imprese di onorare, a loro volta, i pagamenti verso i propri fornitori e, in subordine, l’impossibilità di porre in essere gli investimenti necessari senza dover ricorrere a onerose forme di finanziamento. Le banche, a loro volta, subiscono i ritardi delle imprese sul portafoglio crediti e addebitano costi a causa dei ritardi e degli insoluti. In secondo luogo, si è stimato che il mancato pagamento dei crediti costa complessivamente alle imprese attorno ai 10 miliardi di euro l’anno. A questo extraonere sono da includere anche i costi delle risorse umane impegnate nel sollecito dei pagamenti, o quelli da sostenere quando si è costretti a rivolgersi ad un legale o ad una società di recupero crediti. Stiamo parlando di una massa impressionante di lavoro volto all’incasso di pagamenti ritardati e alla sottoscrizione di accordi tra debitore e creditore supportati dalle più disparate forme contrattuali e legali. Uno dei sistemi di pagamento più adottati in Italia, quello della ricevuta bancaria o RiBa, gradito alle banche per la sua rapida tracciabilità, registra oggi tassi di mancato rispetto della scadenza (altrimenti detto insoluto) che non lasciano scampo. Il piccolo imprenditore non incassa, deborda sugli affidamenti e paga pure i costi bancari dell’insoluto. “Past due”, ovvero la flessibilità nel ritardato pagamento delle scadenze in banca, che si è ridotta da 180 giorni a 90, dopo che è scaduta la deroga inizialmente concessa all’Italia rischia di aggravare la situazione. Dopo 90 giorni di ritardo la banca è costretta a segnalare la posizione nella categoria “scaduto” e deve accantonare capitale a fronte della sofferenza registrata. Paradossalmente, il recupero dei crediti insoluti sembra essere diventato il vero core business dell’azienda.  Non a caso le aziende che soffrono meno in questo momento sono quelle che lavorano con l’estero dove i pagamenti sono più veloci e regolari. La Francia ha introdotto, non appena la crisi è partita, stringenti regole anche per i pagamenti tra privati. Diversi paesi hanno accelerato la loro velocità di pagamento ai fornitori della pubblica amministrazione (alcuni ormai puntano ai 10 giorni) per attenuare i problemi della crisi di liquidità bancaria. Anche la Spagna, che è considerata – unitamente all’Italia – un paese assai lento in punto di pagamenti, ha già emanato un provvedimento volto ad accelerare il pagamento dei crediti nei confronti della Pubblica Amministrazione (il provvedimento, che entrerà a regime dal 2013, anticipando i contenuti della nuova direttiva, stabilisce che la P.A. avrà trenta giorni per pagare le fatture delle imprese creditrici, senza possibilità di ammettere alcuna deroga). Da noi, come spesso accade, si è andati nella direzione opposta, per ridurre i deficit (ricordate che lo Stato funziona per cassa e non per competenza) semplicemente le amministrazioni pubbliche hannosmesso di pagare.Occorre dunque trovare urgentemente una soluzione trasparente e generale, evitando accordi al ribasso dove i fornitori scarichino sui fruitori dei servizi pubblici il problema del ritardo dei pagamenti, maggiorando costi e diminuendo la qualità. Aggiungendo inefficienza a inefficienza, a danno di tutta la collettività. Il ritardo dei pagamenti della Pubblica Amministrazioni, oltre a costituire un problema per le imprese fornitrici, genera infatti costi per l’intera collettività, in via diretta, ma anche in via indiretta attraverso un aumento dei prezzi dei beni e servizi venduti sul mercato o direttamente alla pubblica amministrazione negli esercizi successivi. La figura in basso offre una raffigurazione del costo per le imprese e del costo netto per la collettività derivante dal ritardo dei pagamenti della Pubblica Amministrazione.La “dittatura” della grande impresa nella gestione dei pagamenti.  Sempre più difficile anche la situazione nelle transazioni commerciali tra imprese. In periodi di crisi è comune la pratica, con finalità anticicliche, di offrire proroghe alle scadenze alle imprese clienti affinché mantengano alta la domanda di beni e servizi. Dalla pratica diffusa del credito commerciale va tuttavia distinto il caso del ritardo dei pagamenti, in cui l’impresa cliente non rispetta le tempistiche stabilite contrattualmente dalle parti, a discapito dell’impresa fornitrice. Da una ricerca effettuata dall’Unione Europea è emerso che, soprattutto in Italia, i ritardi di pagamento imputabili alle grandi imprese si verificano con una frequenza doppia rispetto a quelli addebitabili alle piccole imprese. Inoltre, la durata delle dilazioni è doppia nel caso dei pagamenti effettuati dalle grandi imprese alle PMI, rispetto a quelli effettuati da queste ultime alle grandi imprese. Se infatti in Italia i tempi di pagamento hanno raggiunto i 103 giorni (+15 dal 2009), in Francia si attestano sui 59 giorni (-4 giorni), in Regno Unito sui 46 (-6 giorni ) e in Germania sui 37 (-12 giorni).  Potrebbe essere molto efficace fare partire un meccanismo di trasparenza e certificazione delle imprese che pagano puntualmente, l’adesione a un codice di comportamento che prevede come requisito la puntualità assoluta. All’estero è stato fatto, in Italia sarebbe ora di farlo. In assenza di una legge dello Stato che “obblighi” i debitori commerciali a comportarsi decentemente in tema di rapporti con i fornitori, l’Italia rimane sostanzialmente una jungla in cui si lotta per la vita finanziaria tra predatori e piccole imprese che si adattano con ogni tecnica di sopravvivenza. Alla fine è un gioco di coperta: se non puoi alzare la voce (perché il cliente è troppo grosso) non ti resta che rallentare i pagamenti dei fornitori per bilanciare. Ci si avvita così in un circolo vizioso ove, però, sono le grandi aziende che si fanno finanziare dai piccoli non pagando. E allora non era opportuno fare una bella legge come hanno fatto in Francia, obbligare ad essere puntuali e liberare una montagna di liquidità? La liquidità oggi è vitale per le piccole imprese per evitare insolvenza e fallimento, mentre per le grandi imprese è solo un vizio di tesoreria e al massimo un bel risparmio di oneri finanziari. Questa è la vera Robin Tax da promuovere e non sarebbe nemmeno una tassa ma un semplice richiamo alla correttezza tra chi fa lo stesso mestiere di imprenditore. Per avere qualche evidenza del fenomeno di cui si parla è sufficiente prendere in considerazione i bilanci semestrali di qualche grande impresa italiana:Non occorre rifare i calcoli per arrivare a determinare che queste 3 società e molte altre grandi aziende pagano i propri fornitori ben oltre i legittimi 60 giorni. Si tengono stretti miliardi di liquidità e lasciano all’asciutto i propri fornitori. E lo stesso accade in tutta la catena alimentare dell’industria e dei servizi dove il più forte impone la legge del “pago quando voglio” alla piccola impresa. Se servono misure strutturali per la crescita, quella sui pagamenti ha una sua ragione e dignità: riportare la velocità di circolazione del denaro dalla grande industria alla piccola è un modo per aiutare la crescita e investimenti, arginando i fallimenti in un momento particolarmente delicato per i destini delle PMI in asfissia di cassa. L’evoluzione del quadro normativo. Per non morire di asfissia da mancanza di liquidità, qualche rimedio esiste. Non è accettabile che le piccole imprese siano schiacciate nella tenaglia tra la “flessibilità” del debitore, da un lato, e l’“inflessibilità” di fisco e banche, dall’altro. Se, d’altronde, è un problema di liquidità del sistema, occorre intervenire su tutti i fronti, anche quello legislativo. Poiché i casi di crisi da pagamenti sono attualmente decine di migliaia e occorre distinguere tra quelli in cui l’imprenditore è per così dire “innocente” da altri in cui, invece, ha la responsabilità piena dei debiti e dell’insolvenza.  Del resto, anche lo Small Business Act COM (2008) 394 e lo European Economic Recovery Plan COM (2008) 800 ribadiscono, rispettivamente, l’importanza delle piccole e medie imprese per la competitività in Europa (insistendo quindi sull’opportunità di creare le condizioni necessarie per agevolare l’accesso alla liquidità dei piccoli imprenditori) e l’importanza delle agevolazioni all’accesso alla liquidità quale condizione essenziale per favorire gli investimenti, la crescita e la creazione di posti di lavoro (e dunque il contrasto alla crisi economica e finanziaria). Con più specifico riguardo al tema dei ritardati pagamenti, poi, sono tre i documenti da prendere in considerazione. Si tratta della direttiva 2011/7/UE del 16 febbraio 2011 (che modifica la previgente direttiva 2000/35/CE con l’obiettivo di diminuire i tempi di pagamento per le P.A. nell’UE e inasprire le misure nei casi in cui i termini non vengano rispettati), della Risoluzione legislativa del Parlamento del 20 0ttobre 2010 e, infine, della Comunicazione della Commissione europea COM 2010 (712) “Reaping the benefits of electronic invoicing for Europe” (quest’ultima in particolare richiama l’opportunità di introdurre entro il 2020 un sistema uniforme di fatturazione elettronica, considerandola benefica per la riduzione dei tempi delle transazioni). In questi documenti il Legislatore comunitario insiste sull’introduzione di tre strumenti per contrastare l’aggravarsi dei ritardi nei pagamenti. Il primo è l’automatica costituzione in mora del debitore che ritardi il pagamento. In seconda battuta, qualora non sia indicato un termine di pagamento (che comunque non deve essere superiore ai 60 giorni), è suggerita la previsione di un termine di 30 giorni dal ricevimento da parte del debitore della fattura. Infine, si prevede l’entrata in vigore del nuovo regime nel 2013. La direttiva europea concede, tuttavia, anche la facoltà di escludere dall’applicazione della stessa i contratti stipulati anteriormente a tale data. All’interno di una siffatta cornice normativa, l’impegno profuso dal legislatore italiano per affrontare la problematica dei ritardati pagamenti si è riassunto, sino ad ora, nell’adozione dell’art. 9 del D.L. 78/2009, convertito con L. 102/2009. La norma in questione, emanata nell’ambito del pacchetto varato durante l’estate 2009 per fronteggiare la crisi globale, considera misure rivolte a prevenire la formazione di nuove situazioni debitorie in capo alla P.A., senza tuttavia prevedere termini certi e perentori per l'effettuazione dei pagamenti, né offrire risposte intese a risolvere una prassi (quella dei ritardati pagamenti) oramai  strutturalmente inveterata nella gestione delle commesse pubbliche.                                                                                                                           Le “Proposte”. L’approvazione della direttiva comunitaria viene vista come la soluzione principe e ora viene invocata da più parti, oltre ad essere stata inserita timidamente (un anno di tempo…) nello “Statuto delle Imprese” recentemente varato. Vi è poi la proposta di poter compensare i debiti della P.A. nei confronti delle imprese con i debiti che le stesse hanno nei confronti del fisco e della previdenza. Infatti, a fronte del ritardo con cui le amministrazioni pagano, i ritardi dell’imprenditore contribuente non sono ammessi e sono sanzionati con efficacia e severità. Appare quantomeno ingiusto che gli imprenditori che vantano crediti annosi verso la pubblica amministrazione debbano sottostare a problemi di liquidità senza poter usare i medesimi crediti in compensazione con i propri debiti (per INPS, IVA, IRPEF eccetera). Attualmente la compensazione dei crediti vantati verso la P.A. è prevista solo con somme dovute all’erario a seguito di iscrizione a ruolo. La possibilità di compensazione, invece, ferma restando la dinamica economica dei costi e dei ricavi, sposterebbe l’onere della disfunzione finanziaria, attinente allo scollamento temporale traentrate e uscite, perché non lo farebbe gravare più sull’impresa, ma sullo stesso settore pubblico, e non viceversa. Secondo la stessa logica, occorrerebbe rendere possibile l’utilizzo di questi crediti “incagliati” quale garanzia verso le pubbliche amministrazioni. Spesso all’imprenditore sono richieste garanzie e talvolta non solo per la fornitura di beni e servizi, ma anche per la concessione al medesimo di agevolazioni, soprattutto se di tipo discrezionale o valutativo. La conseguenza paradossale è che il privato che attende di essere pagato dalla pubblica amministrazione, che è pagatore generalmente reputato lento ma sicuro, deve fornire alla stessa amministrazione garanzie sulla sua solvibilità piena e tempestiva, stipulando costosi contratti bancari o assicurativi. Appare dunque un equo rimedio quello di consentire che i crediti scaduti possano essere opposti alle richieste di garanzia. Ma non basta. Bisogna intervenire non soltanto approvando leggi che obblighino tutti a riportare i pagamenti nel loro alveo naturale di scadenza, ma anche istituendo un Organismo a tutela della continuità delle imprese sane, sebbene rese illiquide e insolventi da colpe altrui. Il Ministro dello Sviluppo Passera ha detto di essere consapevole di questo grave problema. Occorre che agisca e che crei un organismo super-partes, una vera Authority per la tutela delle imprese e degli imprenditori vittime dei pagamenti ritardati. Inutile auspicare che l’esattore (Equitalia) diventi buono spontaneamente, e che agisca in base al compito primario del recupero che gli viene affidato dallo Stato, talvolta concedendo proroghe di legge, piuttosto che aggredire ciecamente il patrimonio. Inutile aspettarsi che volontariamente le banche rinuncino al diritto del recupero del credito mostrando un volto buono che presenta rischi di varia natura e non può essere interpretato da un semplice direttore di filiale. Questo è un problema dello Stato, della difesa dell’economia, per evitare distruzioni socialmente costose ed evitabili. Se le cose stanno in questi termini, lo sforzo che l’Unione Europea ci chiede di compiere con l’adozione della direttiva in esame sembra doversi indirizzare non tanto (o non solo) verso il rafforzamento, sul piano tecnico-normativo, degli strumenti di contrasto al ritardo nei pagamenti, ma soprattutto nel recepimento dei richiami teleologici e di principio che di tali strumenti sono il presupposto, e che hanno trovato una puntuale esplicitazione nel corpo della stessa direttiva. Non dovrebbe dunque lasciarsi cadere nel vuoto l’invito del legislatore comunitario a compiere “un passaggio deciso verso una cultura dei pagamenti rapidi”. Quella che si impone, infatti, appare soprattutto una crescita di tipo culturale, attraverso la diffusione della buona prassi del pagamento tempestivo.