La domanda pregiudiziale è stata presentata dalla Commissione Tributaria Regionale per il Lazio nell’ambito di una causa pendente tra la Mercedes Benz Italia SpA e l’Agenzia delle Entrate di Roma ed avente ad oggetto un recupero da parte di quest’ultima di

€ 1.755.882,00 a titolo di IVA non versata nel 2004, oltre sanzioni ed interessi: (maggior) imposta calcolata con il metodo del pro-rata (al netto delle detrazioni spettanti), sul presupposto che la Mercedes Benz abbia esercitato, oltre ad attività soggette ad IVA, anche attività non soggette a tale imposta (come è noto, infatti, alcune attività d’impresa esulano dal campo di applicazione dell’IVA, come la concessione e la negoziazione di crediti e le operazioni di finanziamento).

 

 

 

Alla Corte di giustizia dell’Unione europea viene chiesto se il metodo del pro-rata, così come previsto dal sistema fiscale italiano, sia oppure no compatibile rispetto al diritto dell’Unione in materia di IVA[1].

 

 

 

In Italia, per i soggetti che compiono sia operazioni imponibili sia operazioni esenti (purché non meramente accessorie alle prime), la liquidazione dell’IVA segue la regola del pro-rata matematico: l’IVA detraibile dall’impresa è computata con riferimento alla totalità degli acquisti effettuati dall’impresa stessa (anche a quelli “a monte” delle operazioni esenti), in una percentuale (percentuale di detraibilità) risultante, se del caso con arrotondamento all’unità superiore o inferiore, dal rapporto tra fatturato imponibile e fatturato complessivo (quest’ultimo dato dalla somma del fatturato imponibile e di quello esente). Nel sistema del pro-rata matematico, pertanto, non si tengono distinte le operazioni esenti da quelle imponibili, perché entrambe confluiscono in un sistema “promiscuo” in cui l’imposta, con la correlativa detrazione, è determinata in modo unitario, forfettariamente e per approssimazione, in relazione a tutti gli acquisiti effettuati dall’impresa, a prescindere dal fatto che gli stessi siano destinati ad attività imponibili o ad attività esenti.

 

 

 

 Nelle sue conclusioni dello scorso giugno, l’Avvocato generale Henrik Saugmandsgaardøe (Danimarca) aveva proposto alla Corte di dichiarare incompatibile con il diritto dell’Unione il metodo di calcolo della detrazione IVA secondo il metodo del pro-rata matematico, così come previsto e applicato in Italia.

 

 

 

 Con la sentenza, la Corte ha ritenuto, invece, che il diritto dell’Unione non osti a una normativa come quella italiana sopra descritta, che, come detto, vede, per i soggetti ad attività “mista”, un trattamento omogeneo delle attività tassate e delle attività esenti, mediante applicazione di un unico pro-rata (della detrazione e della corrispondente imposta) su tutti gli acquisti.

 

 

 

 Inoltre, la Corte ha stabilito che è conforme al diritto dell’Unione il sistema italiano che, per identificare le operazioni “meramente accessorie” a quelle imponibili, richiede di avere riguardo al fatturato complessivo dell’impresa.

 

 

 

 La Corte evidenzia che, secondo la direttiva, il pro-rata di detrazione è una frazione al cui numeratore sta il fatturato delle operazioni imponibili e al cui denominatore è collocata la somma di tale fatturato e del fatturato esente. E’ vero che tale pro-rata di detrazione si applica, di regola, agli acquisti di beni destinati ad un utilizzo promiscuo (cioè utilizzati contemporaneamente sia per attività esenti, non meramente accessorie, sia per attività assoggettate ad IVA svolte dallo stesso imprenditore). Tuttavia, l’art. 17 par. 5, secondo alinea, lettera d) della direttiva prevede un’eccezione, costituita dalla possibilità, per gli Stati membri, di consentire il medesimo criterio del pro-rata di detrazione a tutti i beni e servizi destinati ai due tipi di operazioni, “ivate” o esenti: e, si badi bene, qui la direttiva non richiede la promiscuità o contemporaneità della destinazione dei beni: ciò significa che la detrazione pro-rata può applicarsi, in via eccezionale, sia a beni acquistati per essere destinati esclusivamente a operazioni soggette ad IVA sia a beni acquistati per essere destinati esclusivamente a operazioni esenti (beninteso, purché non meramente accessorie all’attività imponibile). Se s’interpretasse la citata lettera d) come applicabile solo agli acquisti di beni a destinazione promiscua, tale norma sarebbe una mera duplicazione del principio generale, cui invece la lettera d) intende derogare. In altri termini, la norma della lettera d) sarebbe inutile.

 

 

 

Tale tipo di deroga, applicata nel sistema italiano, è conforme all’obiettivo della direttiva di autorizzare criteri semplificati di calcolo dell’IVA e della detrazion