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| Analisi mensile congiuntura del Centro Studi Confindustria, novembre 2008 |
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| Thursday 13 November 2008 | |
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Il contagio dalla finanza all’economia reale è avvenuto. Il veicolo è il crollo di fiducia che ha causato un vuoto di domanda: nell’incertezza imprese e famiglie rinviano le decisioni di spesa. La cura è nelle
politiche economiche, usando ogni strumento per arrestare la crisi bancaria, impedire il credit crunch, rilanciare la crescita con tagli dei tassi e delle tasse e soprattutto maggiore spesa pubblica che entra direttamente in circolo.
Servono misure coraggiose, rapide, consistenti e chiare per rincuorare le aspettative degli operatori, bloccare la deriva irrazionale e cogliere le condizioni favorevoli (calo di materie prime e inflazione). I governi stanno reagendo, ma con interventi non sempre efficaci per stazza, indirizzo, tempismo. La nuova presidenza USA è un segnale positivo di cambiamento. Fondamentale è il coordinamento internazionale, ancora inadeguato.
Le banche centrali hanno ridotto e ridurranno il costo del denaro, soprattutto la BCE, grazie alla rapida frenata dei prezzi al consumo; ma gli spread restano alti. Ormai è evidente che tutte le maggiori economie sono in recessione; causata da shock delle commodity (ora quasi rientrato), scoppio della bolla immobiliare (in via di riassorbimento) e necessità in USA di maggior risparmio, è stata aggravata dal panico dopo il fallimento di Lehman ed è diffusa tra nazioni e settori. La dinamica finora è coerente con il profilo del PIL delineato dal CSC per il 2008 e 2009 e confermato dall’FMI; lo scenario diventa molto più negativo incorporando meccanicamente il calo impazzito degli ordini a ottobre. In Italia la diminuzione della produzione industriale si accentuerà nel quarto trimestre; il made in Italy risente della riduzione di consumi affordable luxury e investimenti. L’aumento della CIG, rilevante in assoluto, è modesto nel confronto con i livelli passati e con la forza lavoro.
I governi fronteggiano le conseguenze della crisi finanziaria sull’economia reale con aumenti di spesa e tagli di tasse: Cina, Giappone, Stati Uniti, Francia, Spagna, Germania e Regno Unito hanno stanziato risorse ingenti per nuovi investimenti, accesso al credito delle imprese (soprattutto PMI), interventi nei settori più colpiti o strategici, sostegno all'occupazione ed estensione degli ammortizzatori sociali. In controtendenza, l’Irlanda, verso cui è stata annunciata la procedura per deficit eccessivo, ha varato una manovra molto restrittiva.
L’Italia, che in Europa ha il primato del debito pubblico (104,1% del PIL nel 2007), ha blindato la Finanziaria e studia misure di rilancio.
Le misure sono giuste nella direzione ma confuse sulla loro vera entità e sull’efficacia. Positiva la coralità di analisi e l’intenzione di coordinamento del G20.
Più rapido e chiaro l’orientamento espansivo delle politiche monetarie. La riduzione dei tassi è stata netta da parte della FED (dal 5,25% all’1% in un anno), della Banca d’Inghilterra (1,5 punti giovedì scorso) e di molte altre
banche centrali. Molto timida la BCE: -0,5% al 3,25%, con tassi reali alti ed economia in recessione.
Ovunque sono in arrivo nuovi tagli dei tassi, grazie anche alla forte riduzione dell'inflazione. Il taso ufficiale scenderà ben sotto l’1% negli USA entro fine anno e al 2% in Eurolandia nella prima metà del 2009.
Il calo dei tassi ufficiali è cruciale per compensare l’aumento degli spread che accresce il costo del credito per imprese e famiglie. La crisi di fiducia rende difficile per le banche centrali guidare i tassi di mercato. L’Euribor a tre mesi è sopra al tasso massimo BCE (il marginal lending, 3,75%), fatto mai accaduto. I credit standard sono stati irrigiditi ancora nel terzo trimestre
I tassi Euribor proseguono la lenta discesa ma sono ancora troppo elevati: 4,34% a tre mesi, in condizioni normali dovrebbe essere quasi di un punto più basso. Negli USA il gap è perfino un po’ più ampio, ma il livello è nettamente minore grazie alla determinazione della FED. Così in Eurolandia i tassi a tre mesi restano alti in termini reali: 2,5% a novembre (stesso livello di gennaio, al netto dell’inflazione core). Negli USA sono invece negativi: -0,3% (1,7% in ottobre).
La divaricazione nei tassi è compensata dai cambi. In Eurolandia le condizioni monetarie sono rese più espansive dal brusco calo dell’euro, che equivale a un taglio dell'Euribor di poco più di un punto tra gennaio e novembre. Specularmente in USA il rialzo del dollaro è uguale a una stretta di quasi un punto.
I crolli delle Borse inaspriscono il costo del capitale e diffondono sfiducia. Negli USA secondo i dati IBES i titoli sono sottoquotati: iI rapporto prezzo/utili è sceso a 10,3 a fine ottobre (-29,7% da inizio anno), minimo da metà anni 80. Se nel 2009 gli utili calassero del 40% rispetto a oggi, il rapporto salirebbe a 17,2.
La crisi bancaria ha contagiato l’economia reale attraverso la forte diminuzione della fiducia. In Italia è scesa soprattutto tra le imprese manifatturiere: 77,7 l’indice ISAE in ottobre (81,8 in settembre), minimo dal ’93.
La debolezza delle vendite e il peggioramento dell’accesso al credito spingono le imprese a tagliare gli ordini: l’indicatore ISAE è caduto a -36 in ottobre, dal precedente -28, anticipando così un nuovo calo della produzione nei prossimi mesi.
L’attività industriale è diminuita del 2,1% in settembre e dell’1,6% nel terzo trimestre. Nel quarto è prevedibile, in base agli indicatori anticipatori, una contrazione più profonda. Ciò conferma il profilo negativo del PIL delineato dal CSC per il 2008 e il 2009.
In Eurolandia è crollata la fiducia di famiglie e imprese. L’indice di sentimento economico è sceso in ottobre a 80,4, minimo dal novembre ‘93. Il marcato deterioramento lascia prevedere andamenti negativi per investimenti e consumi nei prossimi mesi.
Si contrae a ritmi da record l’attività produttiva. Scendono a ottobre ben al di sotto della soglia neutrale di 50 il PMI sia manifatturiero (41,1) sia dei servizi (45,8). In entrambi i settori sono estremamente bassi gli indici relativi agli ordini, interni ed esteri, e alle aspettative.
La recessione pesa sul mercato del lavoro. Il numero di disoccupati è salito per il sesto mese consecutivo a settembre. Gli indici PMI sull’occupazione nell’industria (44,5) e nei servizi (48,1) segnalano l’intenzione delle
imprese di diminuire l’impiego di manodopera in un contesto di forte riduzione della domanda e contrazione dei margini. Il tasso di disoccupazione è destinato quindi a salire ben oltre l’attuale 7,5%.
Dall’estero l’Italia ora importa spinte al ribasso dei prezzi. La discesa delle quotazioni delle materie prime combustibili (-6,2% annuo a ottobre) ha già raffreddato la componente energy dell'inflazione (+13,6% a settembre da +16,6% a luglio). Con il consueto ritardo, il crollo del petrolio a ottobre fletterà molto l'inflazione entro fine anno.
Lento e incerto il trasferimento ai consumatori del calo delle materie prime alimentari (-9,2% annuo in ottobre). Tuttavia, si attenua l’incremento dei prezzi dei beni alimentari (5,7% a settembre, 6,2% in agosto). Per i cereali,
le materie prime calano del 15,3% annuo in ottobre (+51% a febbraio) e i prezzi al consumo iniziano a frenare: +10,7% a settembre dal +12,2% in agosto. La pasta ha rallentato da +39,7% (destagionalizzato e annualizzato) nel primo trimestre 2008 a +19,8% nel terzo.
Anche le materie prime non alimentari scendono: -8,1% annuo a ottobre (-24,2% i metalli, -11,7% le fibre tessili). Creando le premesse per il raffreddamento della core
inflation (2,3% a settembre).
L’inflazione per le famiglie povere (sotto il secondo decile), dopo esser stata di quasi un punto superiore a quella media, scenderà più velocemente grazie proprio alla minor dinamica di energetici e alimentari.
La flessione dell’inflazione italiana a ottobre è più netta di quel che dice la variazione annua, passata al 3,6% dal 4,2% in agosto (indice armonizzato). La variazione su tre mesi, destagionalizzata e in ragione d’anno, è caduta al 2,5% in ottobre dal 4,1% in luglio. Il picco è stato toccato un anno fa al 5%. L’andamento è simile ma più marcato in Eurolandia: 0,6% in ottobre da 5,1% in luglio.
Nella media del terzo trimestre questa misura di inflazione, più significativa nel cogliere il cambio di tendenza, è scesa in Italia all’1,7%, dal 4,2% nel secondo. In Eurolandia si è passati dal 4,0% all’1,1%.
Questi dati indicano che l’inflazione annua italiana continuerà a diminuire rapidamente, portandosi sotto il 2% a metà 2009.
In Italia i timori generati dall’aumento del ricorso alla Cassa integrazione guadagni si ridimensionano appena si mettono i dati in prospettiva. Tradotto in persone occupate a tempo pieno (ULA) e rapportato alla forza lavoro, il onte ore CIG annualizzato dei primi nove mesi del 2008 è stato pari a 0,44% contro una media di 0,55% nel periodo 2003-2007. Nel 1993 raggiunse l’1,4% e nel 1984 sfiorò il 2%.
In assoluto la CIG (misurata con le ULA) è stata a settembre di poco superiore al dato medio del quadriennio precedente (132mila annualizzato contro 128mila), ma inferiore in rapporto alla forza lavoro (0,53%).
Sono del tutto infondate le preoccupazioni legate alla copertura finanziaria della CIG, considerate le tendenze in atto e i saldi positivi degli anni 2004-2006 (1806,3 e 128,8 milioni rispettivamente per la ordinaria e la straordinaria).
Le famiglie italiane reagiscono alla crisi aumentando il tasso di risparmio, che nella prima metà del 2008 è salito al 12,4% del reddito disponibile, un punto in più rispetto al 2007. Si interrompe una discesa durata tre anni, dal 13,7% del 2004 all’11,3% del 2007.
Incertezza, recessione e inflazione hanno ispirato prudenza nelle decisioni di spesa. Nei primi sei mesi del 2008 i consumi sono scesi dello 0,3% annuo a fronte di un aumento reale del reddito (+0,5%). Perciò il ribasso in corso dell’inflazione attenuerà il calo dei consumi.
Alla flessione della spesa familiare ha contribuito l’aumento del servizio del debito aIl’8,2% del reddito (fine giugno 2008), un punto in più rispetto a dodici mesi prima. Quasi la metà del rialzo è per i tassi più alti.
Il rincaro del costo del denaro ha indotto le famiglie a ridurre il peso dei prestiti, diminuito nella prima metà del 2008: 48,9% del reddito disponibile a giugno, 50% a fine 2007. La fase di rialzo durava dal 2001.
Diminuirà sensibilmente nel 2009 l’espansione dei paesi emergenti che hanno contribuito per oltre il 50% alla crescita del PIL mondiale nel 2008. Più esposti al rallentamento saranno quelli maggiormente dipendenti dall’export e con un più alto debito estero (est-europei, asiatici). Freneranno in modo marcato le nazioni esportatrici di materie prime per le quali il calo delle quotazioni significa minor reddito (Russia, Medio Oriente). L’America Latina risentirà del blocco quasi totale delle importazioni da parte di UE e Stati Uniti.
La Cina potrà compensare il minor traino delle esportazioni con politiche di sostegno a consumi e investimenti. Il deflusso di capitali ha indebolito borse e cambi e ridotto le riserve valutarie di molti paesi asiatici, tra cui l’India, per la quale però l’export conta meno.
Negli USA la diminuzione della ricchezza, causata dalla riduzione dei valori azionari e dei prezzi delle case, spingerà le famiglie a ripristinare un più alto tasso di risparmio, che era al 6-8% del reddito disponibile nei primi anni 90 e si era quasi annullato nel 2005. E’ salito all’1,3% nel terzo trimestre 2008. La maggiore parsimonia frenerà i consumi e sarà di ostacolo alla ripresa.
L’indice di attività manifatturiera ISM è crollato a ottobre, con la componente degli ordini dall'estero al minimo storico. Ciò anticipa nuovi cali della produzione nei prossimi mesi e penalizzerà il contributo delle esportazioni alla crescita.
Il crollo della fiducia dei consumatori in ottobre è stato determinato dalla crisi bancaria. I comportamenti di spesa risentiranno della debolezza del mercato del lavoro: -651mila posti negli ultimi tre mesi e disoccupazione a 6,5% il mese scorso, massimo dal 1993 (salirà oltre l’8% nel 2009). Ciò più che compenserà il beneficio del calo dei prezzi petroliferi. |
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