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Vice Presidente Esecutivo dell’associazione Italia Hong Kong, Fuochi è anche un esperto di logistica e dei mercati asiatici dove opera, in particolare fra Hong Kong e la Cina, con una grande struttura nella distribuzione di importanti brand della moda. Parliamo con lui dell’iniziativa cinese One Belt One Road (Obor),

un progetto sistematico che coinvolge in una strategia di sviluppo molti paesi attraverso la combinazione del corridoio terrestre (Silk Road Economic Belt) e quello marittimo (Maritime Silk Road del 21esimo secolo). (Intervista pubblicata nell’edizione cartacea di Tribuna Economica di oggi lunedì 05 settembre 2016).

 

Dott. Fuochi, come nasce in Cina l’idea di questo progetto? L’iniziativa nasce, quanto meno a livello di programmazione, dal proseguimento della politica del “Go West” ovvero delle varie attività del governo cinese per incentivare lo spostamento delle aziende verso l’occidente della Repubblica Popolare con finanziamenti per nuove infrastrutture al fine di migliorare la condizione di arretratezza di quell’area rispetto a quella costiera. Si è giunti di fatto ad ideare la creazione di corridoi infrastrutturali terrestri che, partendo dalla Cina, attraversano tutto l’est Europa per arrivare in Germania ed in Turchia. Un altro corridoio ideato è diretto verso il Bangladesh. Il progetto si avvale anche dei corridoi marittimi, già conosciuti, ed alla base di tutto prevede la creazione delle infrastrutture in tutti i paesi coinvolti che ad oggi sono 63.

 

Come si può quantificare la portata di questa iniziativa? Stiamo parlando di fondi già stanziati dalla Cina nell’ordine di 100 miliardi di dollari suddivisi in 40 miliardi destinati al Silk Road Found in Asia centrale, 50 miliardi per Asian Infrastructure Investiment Bank (AIIB) e 10 miliardi per la Nuova Banca di Sviluppo dei paesi BRICS. L’operazione coinvolge il 70% della popolazione mondiale distribuita su un’area che comprende il 75% delle riserve energetiche conosciute e rappresenta il 55% del PIL mondiale. In Italia siamo portati a confondere l’insieme di questo progetto con quello delle linee ferroviarie che stanno già cominciando ad operare dal Far Est verso l’Europa, che ne rappresenta solo una componente minima.

                                                                                                                                                                       

Ad oggi quanto è stato realizzato di questa progettualità? L’attività diplomatica è intensissima, sia da parte dei cinesi ma anche da parte di Hong Kong, che si pone come il gestore degli investimenti. A fine 2015 i piani di accordo sono stati firmati da 57 paesi e fra questi c’è anche l’Italia. Ma in contrapposizione alla portata e al dinamismo in corso ne abbiamo una percezione molto ridotta;

 

Perché secondo lei? In effetti in Italia se ne è parlato pochissimo ed è proprio per questo che, ho ritenuto di dover promuovere la conoscenza di un progetto che, pur essendo assolutamente nella sua fase iniziale, ha un rilievo tale da dover interessare il mondo economico industriale che viceversa rischia di perdere le migliori opportunità, in questa fase ancora disponibili. Abbiamo organizzato il 22 marzo a Milano, Un Convegno al quale abbiamo invitato la Invest Hong Kong e l’Hong Kong Trade Development Council. L’incontro è stato propedeutico all’importantissimo forum del 18 maggio, a cui hanno partecipato relatori da tutto il mondo e dove sono state date ulteriori informazioni sul progetto stesso.

 

Come sta evolvendo il mercato asiatico, in particolare quello cinese, e quali sono le ricadute in fieri per la nostra economia? Il primo paese in cui sta cambiando l’economia è la Cina e questo corrisponde ad un qualcosa che avevamo previsto. L’economia cinese, che un tempo era essenzialmente rivolta alla produzione per l’esportazione, oggi, grazie al migliorato tenore di vita interno, collegato ad un aumento del costo del lavoro, sta sempre più interessandosi al mercato nazionale. La Cina sta stimolando l’economia dei paesi vicini e dell’est europeo: possiede i capitali, ha capacità di investimento e di conseguenza cerca di interessare tutti quei paesi con cui esistono già degli accordi commerciali di partnership, coinvolgendoli in questo mega progetto.

 

In Europa come si percepisce questo cambiamento? Penso che questo progetto possa stimolare anche l’economia dei paesi europei perché gli investimenti, o la realizzazione delle opere poi saranno affidati alle aziende e società di tutto il mondo, Europa compresa, ed è per questo che mi sembra strano che ancora non se ne parli. E’ senz’altro un progetto alla fase iniziale però è talmente importante che le varie associazioni imprenditoriali, come ad esempio la nostra Confindustria ed altre, dovrebbero già essere attive in questa direzione ed organizzare delle missioni con chi sta conducendo le operazioni ad Hong Kong per approfondire da subito le informazioni e non aspettare che altri si avvantaggino facendoci poi trovare davanti a fatti compiuti. Gli italiani si devono relazionare con chi gestirà, anche finanziariamente, questa iniziativa; la mia idea è di organizzare una missione di imprenditori in occasione del summit a maggio nonché di creare degli incontri con chi è già dentro all’organizzazione del progetto stesso.

 

Tribuna Economica

(Riproduzione riservata)

 

 

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