| Indagine conoscitiva sui rapporti tra banche e imprese; questioni relative alla patrimonializzazione delle banche. Di Fabrizio Saccomanni Direttore Generale Bankitalia |
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| Mercoledì 01 Febbraio 2012 |
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In un contesto di perduranti tensioni sui mercati finanziari europei, il Consiglio europeo decise il 26 ottobre 2011 di rafforzare la base patrimoniale delle banche. In attuazione della decisione, lo scorso 8 dicembre l’EBA ha emanato una
raccomandazione riferita a 71 grandi banche europee: le autorità di vigilanza nazionali devono chiedere agli intermediari di costituire, ove necessario, un cuscinetto (buffer) addizionale di capitale tale da portare, entro la fine di giugno 2012, al 9 per cento il rapporto tra capitale di qualità più elevata (Core tier 1) e attività ponderate per il rischio, dopo aver tenuto conto delle necessità patrimoniali derivanti dalla valutazione delle esposizioni verso gli emittenti sovrani ai prezzi di mercato di fine settembre 2011. La richiesta di costituire un buffer di capitale aveva due finalità: primo, ridurre il rischio percepito dagli investitori sulla solidità delle banche (il rischio di controparte), cresciuto per le fortissime tensioni sul debito sovrano; secondo, costituire un ulteriore cuscinetto patrimoniale per permettere alle banche di far fronte a eventuali ulteriori shock continuando a finanziare l’economia. Il buffer di capitale è eccezionale e temporaneo: il suo mantenimento è previsto fino a quando la raccomandazione dell’EBA non verrà revocata o modificata. Una volta che le tensioni si siano attenuate, le banche potranno espandere la loro attività a fronte delle accresciute risorse patrimoniali. È importante sottolineare che l’esercizio alla base della raccomandazione dell’EBA non è uno stress test e pertanto non quantifica le perdite potenziali a fronte delle esposizioni verso gli emittenti sovrani. La valutazione ai prezzi di mercato delle esposizioni trova una giustificazione alla luce delle eccezionali tensioni di liquidità: in una fase di forte turbolenza, se una banca non riesce a reperire liquidità sul mercato ed è costretta a vendere titoli, lo può fare solo ai prezzi di mercato, significativamente inferiori al valore nominale, con ripercussioni sul conto economico e sul patrimonio; ne discende la necessità di richiedere un cuscinetto aggiuntivo di capitale per rassicurare i mercati sulla capacità della banca di resistere a shock avversi. Richiedere una valutazione prudente dei titoli in portafoglio non implica in alcun modo che sia messa in discussione la solvibilità dell’emittente di quei titoli. Dall’estate scorsa, con l’intensificarsi del rischio sovrano nell’area dell’euro e con la trasmissione di tale rischio al settore finanziario privato, le banche europee hanno dovuto fronteggiare un repentino peggioramento delle condizioni di mercato, che si traduceva dapprima nella crescita del costo della raccolta all’ingrosso e poi nel completo inaridimento della provvista su alcuni segmenti di mercato. Informazioni incomplete, analisi svariate, in taluni casi estreme, sui livelli adeguati di capitale accrescevano il nervosismo del mercato. In questo clima, nel settembre dello scorso anno, il Fondo monetario internazionale quantificava l’impatto del contagio sovrano al sistema bancario europeo in almeno 200 miliardi di euro. Anche se la stima del Fondo non era una misura dell’esigenza di ricapitalizzazione, essa veniva interpretata dal mercato come indice dell’urgente necessità di interventi. Lo stress test europeo pubblicato in luglio dall’EBA, pur molto severo nelle ipotesi sulle variabili macroeconomiche, veniva giudicato dai mercati ormai superato dai fatti quanto al rischio sovrano. Per fare chiarezza si rendeva necessaria una risposta coordinata a livello europeo, anche per evitare le possibili distorsioni sul funzionamento dei mercati che sarebbero potute derivare da richieste di rafforzamento patrimoniale da parte di singole autorità di vigilanza, che avrebbero potuto utilizzare obiettivi e definizioni di capitale non coerenti. L’esercizio dell’EBA ha quantificato in 115 miliardi di euro la dimensione del buffer addizionale, la metà degli importi dibattuti dai partecipanti al mercato. La forma dell’intervento dell’EBA deriva dalla ricerca di un difficile bilanciamento tra la necessità di sciogliere, senza incertezze e senza indugi, ogni dubbio sulla solidità delle banche europee e l’esigenza di evitare effetti prociclici. Chiedere alle banche di aumentare il rapporto tra patrimonio e attività in una fase ciclica negativa potrebbe deprimere l’economia se le banche scegliessero di ridurre il credito anziché aumentare il patrimonio; chiedere alle banche di rivolgersi tutte insieme al mercato, entro brevi scadenze, in condizioni di accentuata incertezza, potrebbe creare ulteriori tensioni sul mercato dei capitali. Per contro, un rafforzamento patrimoniale attuato con equilibrio consente di ridurre il rischio di controparte percepito dagli investitori e riattivare la provvista, con positivi riflessi sull’offerta di credito. La sequenza delle decisioni prese dalle istanze europee non è stata ottimale, come anche sottolineato di recente dal Presidente della BCE Draghi. L’esercizio sul capitale era parte di un più ampio pacchetto di misure, approvato dal Consiglio europeo il 26 ottobre, che prevedeva anche interventi per la Grecia, il rafforzamento della European Financial Stability Facility (EFSF), l’introduzione di garanzie pubbliche sulle passività delle banche. Di fatto solo le misure sul capitale sono state attuate. Se fosse stata subito rafforzata la capacità d’intervento europea, l’incertezza sull’evoluzione della crisi del debito sovrano in Europa si sarebbe ridotta, migliorando la valutazione dei titoli sovrani, riducendo l’entità del buffer richiesto alle banche e accrescendo le risorse disponibili per rafforzare il settore bancario. La normalizzazione delle condizioni di mercato avrebbe anche permesso un calo del costo della provvista e una maggiore possibilità di reperire risorse sui mercati da parte delle banche. Questa era la strada da seguire e che va ora speditamente imboccata per eliminare le incertezze e gli effetti indesiderati che questi ritardi hanno causato. Nella fase di definizione dell’esercizio sul capitale la Banca d’Italia aveva sottolineato la necessità di tenere conto del rischio di prociclicità di obiettivi di capitale troppo ambiziosi. Avevamo anche indicato come prioritaria l’esigenza di affiancare alle misure sul capitale quelle sulle garanzie pubbliche sulla raccolta. Nel corso del negoziato internazionale alcuni paesi avevano sostenuto un obiettivo di capitale più ambizioso di quello poi definito. Si era registrata anche l’indisponibilità della maggior parte delle delegazioni a prevedere forme veramente europee di garanzia pubblica sulla raccolta; tuttavia, i criteri, da noi sostenuti, per determinare il costo delle garanzie pubbliche decisi a livello comunitario attenuano il legame tra prezzo della garanzia e il premio al rischio relativo allo stato garante. Ne beneficiano le banche che ricorrono, dall’inizio del 2012, agli schemi di garanzia previsti dalla legge 214/2011. L’EBA si è impegnata a valutare la riduzione del buffer, inclusa la sua eliminazione, in relazione all’attivazione dell’EFSF e al miglioramento – peraltro già in atto – delle quotazioni dei titoli sovrani. Il Consiglio europeo dovrà finalizzare in marzo le decisioni sull’ammontare delle risorse e sulle modalità operative dell’EFSF e dello European Stability Mechanism (ESM). Il Governo italiano e la Banca d’Italia si stanno adoperando nelle sedi di rispettiva competenza affinché al Consiglio di marzo venga anche effettuata un’analisi degli impatti della raccomandazione dell’EBA sull’erogazione di credito, valutando l’adeguatezza dei tempi e delle modalità di esecuzione.
Le principali osservazioni critiche. È stato osservato che l’esercizio dell’EBA ridurrebbe gli incentivi a investire in titoli pubblici. Al riguardo va sottolineato – come ho già detto – che il buffer è una misura una tantum e non cambia le regole prudenziali né quelle contabili. Inoltre, l’esercizio è stato strutturato in modo da non indurre le banche ad allontanarsi dal mercato dei titoli pubblici. Ai fini del calcolo del buffer, la quantità di titoli in portafoglio e la loro valutazione sono congelate al 30 settembre 2011; la scelta di una data trascorsa è stata motivata dall’esigenza di non indurre cessioni di titoli sovrani, che non servirebbero ad adeguarsi alla richiesta dell’EBA e si tradurrebbero solo nel fare emergere perdite nei bilanci delle banche. L’esercizio è stato criticato perché sarebbe parziale in quanto non sottopone ad haircut le attività veramente tossiche, quali i prodotti strutturati. Su questo punto si è generata qualche confusione: la metodologia utilizzata prevede che a prodotti quali le cartolarizzazioni (inclusi i cosiddetti prodotti strutturati di livello 3, cioè quelli meno liquidi e di più difficile valutazione, come ad esempio le cartolarizzazioni sintetiche) sia applicato, ai fini del calcolo delle attività ponderate per il rischio, il più severo regime regolamentare previsto dalla direttiva comunitaria sui requisiti di capitale (CRD3 o in gergo, Basilea 2.5) entrata in vigore il 1° gennaio 2012; in paesi diversi dall’Italia, in cui questi prodotti sono diffusi, ciò ha di fatto innalzato le esigenze patrimoniali delle banche. Un altro tema sollevato riguarda possibili discriminazioni tra paesi nel calcolo delle attività ponderate per il rischio, il denominatore del coefficiente patrimoniale. I diversi criteri utilizzati dalle banche nelle diverse giurisdizioni per valutare tali attività, basati sui modelli di rating interni, possono in effetti dare luogo a problemi di level playing field: le attività ponderate per il rischio possono risultare minori, e i coefficienti patrimoniali più alti, in paesi in cui si utilizzino metodologie meno rigorose e dove il vaglio delle autorità di vigilanza sia meno intenso. Questo problema non attiene in modo specifico alla raccomandazione sul capitale: riguarda in generale le modalità effettive di applicazione delle regole di vigilanza. Come discuterò in seguito è questo un tema all’attenzione delle autorità a livello internazionale.
Le implicazioni della raccomandazione per le banche italiane. Quattro delle cinque banche che hanno partecipato all’esercizio (Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banca Monte dei Paschi di Siena, Banco Popolare e Unione di Banche Italiane), per raggiungere l’obiettivo del 9 per cento, hanno bisogno nel complesso di maggior capitale per 15.366 milioni di euro. In particolare, per Unicredit l’ammontare è di 7.974 milioni euro; Banca Monte dei Paschi di Siena presenta un fabbisogno di 3.267 milioni di euro; Banco Popolare di 2.731 milioni; Unione di Banche Italiane di 1.393 milioni. Intesa Sanpaolo non ha esigenze di capitale aggiuntivo. Le esigenze di ricapitalizzazione sono di 26.170 milioni di euro per le banche spagnole, di 13.107 milioni per quelle tedesche. Il processo di rafforzamento patrimoniale delle banche italiane è in atto da tempo ed è stato particolarmente intenso nel 2011 anche per lo stimolo della Banca d’Italia. Nel settembre del 2011 per i primi cinque gruppi bancari il coefficiente relativo al patrimonio di migliore qualità (Core tier 1 ratio) aveva raggiunto, in media, l’8,8 per cento, dal 7,4 per cento alla fine del 2010; i coefficienti relativi al patrimonio di base (Tier 1 ratio) e al complesso delle risorse patrimoniali (Total capital ratio) erano pari, rispettivamente, al 10,2 e al 13,6 per cento (dal 9,0 e 12,6 per cento a fine 2010). L’ulteriore rafforzamento patrimoniale richiesto dalla raccomandazione dell’EBA va perseguito in primo luogo con capitali privati e, solo qualora questa strada non risulti percorribile, con il supporto dei governi nazionali; l’EFSF interverrebbe soltanto in ultima istanza. L’eventuale contributo pubblico, anche se non si può escludere, dovrà essere limitato, temporaneo; non dovrà generare un aggravio del debito pubblico e dovrà essere tale da evitare ingerenze nella gestione dell’azienda. La Banca d’Italia seguirà la raccomandazione dell’EBA con la flessibilità richiesta dall’evoluzione delle condizioni di mercato e consentita dagli sviluppi dei negoziati europei su questo tema. Il 20 gennaio le banche hanno trasmesso al nostro Istituto i piani che intendono attuare per raggiungere l’obiettivo patrimoniale. Le nostre analisi sono specificamente rivolte a evitare azioni che possano compromettere il finanziamento dell’economia, a esaminare tutte le opzioni, inclusi: limiti alla distribuzione dei dividendi e dei bonus ai dipendenti; riacquisto di strumenti di capitale di qualità inferiore e la ristrutturazione di strumenti ibridi esistenti. La raccomandazione dell’EBA prevede, inoltre, che possano essere utilizzate emissioni presso investitori privati di strumenti di debito convertibili in azioni al ricorrere di determinate evenienze (contingent capital), che saranno accettati nel calcolo del coefficiente patrimoniale se rispetteranno i requisiti stabiliti dalla stessa autorità europea; alla luce delle prime analisi effettuate, riteniamo che la convenienza a emettere questi strumenti sia per le nostre banche contenuta. Cessioni di specifiche attività da parte delle banche, purché non risultino in una riduzione della capacità del sistema bancario di finanziare le economie, sono permesse. Anche la riduzione delle attività ponderate per il rischio che riflette la validazione dei modelli interni o la loro estensione a nuovi portafogli può contribuire al raggiungimento dell’obiettivo se le convalide sono già pianificate e concordate con le autorità competenti. Due delle cinque banche italiane utilizzano per il computo dei requisiti patrimoniali il metodo standard; il processo di convalida per il passaggio ai modelli di rating interni per queste banche è in corso. I piani dovranno essere autorizzati dalla Banca d’Italia entro la fine del mese di febbraio, dopo una fase di consultazione e di revisione con l’EBA e con le altre autorità competenti nell’ambito dei Collegi dei supervisori. Pur non entrando nel merito dei singoli piani, voglio sottolineare che le indicazioni sono finora incoraggianti. Come noto, l’aumento di capitale di Unicredit da solo copre quasi interamente le esigenze di questa banca e circa metà del fabbisogno complessivo del sistema italiano. Dopo un’iniziale reazione negativa dei mercati al lancio dell’operazione, il titolo Unicredit è risalito e l’aumento di capitale è stato interamente sottoscritto. Per le altre banche stiamo valutando i tempi e le modalità di esecuzione di eventuali operazioni sul capitale. È stato da taluni paventato il rischio dell’ingresso di azionisti esteri nel capitale delle banche. In Europa non vi sono preclusioni all’ampliamento della compagine sociale a soci esteri; la Banca d’Italia, nel caso in cui vengano superate le soglie previste dalle norme, valuterà caso per caso sulla base dei requisiti previsti dal Testo unico bancario, imperniati sul principio della sana e prudente gestione della banca. Va notato che nell’attuale congiuntura dei mercati, anche le scelte strategiche di eventuali investitori esteri che volessero investire nel capitale delle banche italiane sono condizionate dalla forte incertezza sui mercati finanziari e dalla necessità di contenere la loro leva finanziaria.
Le riforme per un sistema finanziario più stabile. Dall’avvio della crisi molto è stato fatto per rendere il sistema finanziario mondiale più resistente alle crisi, sotto l’impulso politico del G20 e il coordinamento del Financial Stability Board e del Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria. L’Accordo di Basilea 3 rappresenta il blocco centrale della riforma, per grado di articolazione ed effetto complessivo sull’operatività delle banche. Agli intermediari si richiede di accrescere qualità e quantità del patrimonio; sono state introdotte nuove regole tese a contenere la leva finanziaria e la pro-ciclicità dell’intermediazione; sono stati fissati limiti alla trasformazione delle scadenze attraverso una nuova disciplina del rischio di liquidità. Si stanno, inoltre, imponendo requisiti patrimoniali aggiuntivi per gli intermediari sistemicamente rilevanti a livello globale e si sta lavorando all’elaborazione di efficaci e credibili meccanismi di risoluzione in caso di una loro crisi, per evitare costi per il contribuente. Le nuove regole renderanno il sistema finanziario più solido e l’arbitraggio regolamentare più difficile. Esse accrescono gli oneri regolamentari per gli intermediari maggiormente orientati alla finanza. Com’è giusto che sia, alla luce del fatto che il rischio di alcune categorie di transazioni finanziarie era stato fortemente sottostimato prima della crisi; minore è il peso per quelli che seguono un modello di intermediazione più tradizionale. I primi studi d’impatto condotti nei mesi scorsi hanno confermato che le banche di investimento, gli operatori in derivati e quelli ad alta leva finanziaria subiranno un inasprimento non trascurabile dei requisiti prudenziali rispetto ad oggi. Le ripercussioni potenziali sulle banche delle nuove regole sono state oggetto di numerose analisi, condotte dalle autorità, dalle banche, da enti di ricerca. Il perdurare dell’instabilità sui mercati finanziari e la difficoltà di ripresa delle economie dei principali paesi hanno alimentato la preoccupazione che più severe regole potessero danneggiare ulteriormente le condizioni di imprese e famiglie. In particolare, come prima ricordavo, è stato sostenuto che l’introduzione di più severi requisiti di capitale potrebbe riflettersi sul costo del capitale, sul costo del credito, sulla crescita. Riformare le regole per la finanza senza pregiudicare la crescita è obiettivo esplicito dei Leader del G20, i quali hanno indicato chiaramente che l’entrata a regime della riforma sarà graduale. Indicazioni nel complesso coerenti si ricavano dagli studi sugli effetti macroeconomici della riforma di Basilea 3: sia per il complesso dei paesi del G20, sia per l’Italia il costo economico dei nuovi standard di capitale e liquidità sarebbe modesto, soprattutto se confrontato con i benefici derivanti dalla riduzione della probabilità delle crisi sistemiche, anche in presenza di una possibile spinta da parte dei mercati ad anticipare gli effetti delle riforme. Per l’Italia, il monitoraggio periodico che la Banca d’Italia conduce su un ampio campione di banche conferma che il percorso di aggiustamento verso Basilea 3 procede con regolarità: a giugno del 2011 le esigenze di rafforzamento patrimoniale necessarie a soddisfare a regime (entro il 2019) il requisito patrimoniale del 7 per cento in termini di capitale di elevata qualità (common equity) ammonterebbero a circa 24 miliardi di euro, circa la metà di quelle stimate sui dati di fine 2009. Gran parte del miglioramento è ascrivibile agli aumenti di capitale realizzati nei mesi scorsi da alcuni fra i principali gruppi bancari italiani. In vista dell’entrata in vigore di Basilea 3, attenzione specifica è rivolta al tema delle attività per imposte anticipate (DTA), che per il nostro sistema bancario sono assai rilevanti, in quanto la normativa fiscale italiana consente di dedurre ogni anno dall’utile di esercizio, a fini fiscali, una quota molto contenuta delle rettifiche su crediti. Interventi normativi recenti rendono ora certa la trasformazione delle DTA in attività disponibili nei confronti dell’Erario quando si verificano perdite d’esercizio; grazie a ciò le DTA non devono più essere dedotte dal capitale a fini prudenziali e vengono invece incluse tra le attività ponderate per il rischio con un peso pari al 100 per cento, come riconosciuto dal Comitato di Basilea lo scorso mese di dicembre. Se si tiene conto anche di questo fattore, le esigenze complessive di capitale dovute a Basilea 3 per le banche del campione di osservazione del monitoraggio scenderebbero ulteriormente, a circa 8 miliardi di euro. Oltre al contributo fornito in materia di DTA, l’azione della Banca d’Italia a livello internazionale è tesa a far riconoscere le specificità del modello di operatività dei nostri intermediari. Basta ricordare il nostro impegno, in occasione del negoziato su Basilea 2, a ottenere una migliore ponderazione a fini prudenziali delle esposizioni nei confronti delle piccole e medie imprese, sia per le banche che utilizzano i metodi standardizzati sia per quelle che ricorrono ai modelli interni; questo risultato è confermato anche dalle nuove regole di Basilea 3. A ciò si associa il rigore con cui il nostro Istituto chiede che le regole siano rispettate in tutti i Paesi. La riforma delle regole è condizione essenziale per assicurare stabilità al sistema finanziario. Ma la loro attuazione omogenea è un requisito prioritario per raggiungere questo obiettivo. È fondamentale l’accuratezza con cui vengono utilizzati i modelli per la quantificazione dei rischi. Nello schema di Basilea per i gruppi cross-border la quantificazione dei rischi da fronteggiare con capitale avviene utilizzando modelli elaborati dalle singole banche e approvati dai supervisori. Si rilevano difformità applicative tra Paesi. Lo Standard Implementation Group del Comitato di Basilea ha rilevato differenze, anche molto significative, nella valutazione dei rischi per effetto della diversa struttura e calibrazione dei modelli o anche dell’interpretazione di concetti apparentemente semplici come la durata di un’operazione di credito. Il Comitato ha quindi affidato a due gruppi di lavoro il compito di intraprendere un’analisi sistematica per accertare la dimensione e le cause della diversa ponderazione per il rischio che portafogli simili ricevono da banche diverse. Il problema è maggiore in Europa, dove la forte integrazione dei mercati accentua le distorsioni concorrenziali e, soprattutto, gli effetti negativi sulla stabilità del sistema bancario di un paese, derivanti dall’applicazione meno rigorosa delle regole in un altro paese. È forte l’impegno della Banca d’Italia affinché in sede europea si avviino processi di analisi e verifica (peer review) per accertare il grado di convergenza delle prassi di misurazione dei rischi delle principali banche europee su livelli rigorosi e prudenti. L’EBA sarà coinvolta in queste valutazioni. La convergenza nell’applicazione della regolamentazione è necessaria per assicurare la funzionalità del mercato integrato. È forte la preoccupazione che la crisi stia producendo un ricorso a misure nazionali, quali, ad esempio, l’imposizione di limiti ai flussi di liquidità all’interno dei gruppi bancari transfrontalieri che accrescono i rischi di frammentazione del mercato europeo. Si tratta di un errore grave che mette in discussione il fondamento stesso dell’integrazione del mercato finanziario in Europa e che va contrastato in ogni modo.
Le condizioni delle banche italiane nell’attuale congiuntura. Come abbiamo più volte testimoniato, il nostro sistema bancario ha resistito meglio di altri all’impatto della crisi finanziaria divenuta sistemica nel 2008. A differenza che in altri paesi, in Italia nessuna grande banca è fallita e gli interventi pubblici di sostegno sono stati molto limitati. Gli intermediari italiani sono stati protetti da un modello di attività sostanzialmente “tradizionale”, basato sulla raccolta al dettaglio e l’erogazione di prestiti a famiglie e imprese; da una minore dipendenza dalla raccolta all’ingrosso a breve termine; da una leva finanziaria significativamente inferiore a quella di altre grandi banche europee: il rapporto tra il totale delle attività di bilancio e il patrimonio di base, è, secondo i dati più recenti, pari in media a 19 per i primi cinque gruppi italiani, a fronte di 33 per un campione di grandi banche europee. La crisi finanziaria si è successivamente trasmessa all’economia reale, provocando una grave recessione. In condizioni difficili, il sistema bancario italiano ha assicurato una sostanziale continuità nell’offerta di credito. Nel periodo 2008-11 la crescita annua del credito al settore privato dell’economia è stata pari, in media, al 3,3 per cento in Italia, contro il 2,8 nell’insieme dell’area dell’euro. Con il ripiegamento congiunturale sono aumentate le insolvenze delle famiglie e, soprattutto delle imprese, ma in misura inferiore rispetto a quanto accadde in occasione della recessione del 1992-93, poiché il livello contenuto dei tassi di interesse nominali e reali ha reso sopportabile il costo del debito anche per un’ampia fascia di clienti colpiti dalla crisi. Nei mesi più recenti la debolezza dell’economia reale, in un contesto caratterizzato dall’aumento dei costi di finanziamento e dal rallentamento del commercio mondiale, si è riflessa sulla qualità del credito. Il flusso di nuove sofferenze in rapporto ai prestiti, pur in calo rispetto al 2010, si mantiene elevato: nel terzo trimestre del 2011 era pari all’1,7 per cento, in leggero aumento rispetto al trimestre precedente. Informazioni preliminari indicano che nell’ultimo trimestre del 2011 l’esposizione delle banche nei confronti dei debitori segnalati per la prima volta in sofferenza è risultata significativamente più elevata rispetto allo stesso periodo del 2010. L’incremento ha riguardato sia le famiglie sia le imprese. Alla fine dello scorso novembre i crediti alle imprese in difficoltà (esposizioni incagliate e ristrutturate) sono aumentati al 6,2 per cento dei prestiti all’intero settore (erano pari al 5,6 per cento un anno prima). Dall’estate dello scorso anno l’aumento del rischio sovrano e la illiquidità dei mercati della raccolta all’ingrosso hanno avuto un impatto sul costo e sulla disponibilità di fondi particolarmente rilevante per le nostre banche, nonostante l’elevata quota di raccolta al dettaglio, che rappresenta una fonte di provvista molto stabile. Il credito all’economia ha rallentato. La crescita sui dodici mesi dei prestiti al settore privato non finanziario è scesa nel 2011, dal 5,1 per cento di giugno al 2,9 di dicembre, registrando una forte flessione in quest’ultimo mese. Sulla dinamica del credito alle imprese, in particolare, hanno influito sia fattori di domanda, quali le sfavorevoli prospettive di crescita degli investimenti fissi, sia fattori di offerta: le indicazioni fornite dalle banche italiane nell’indagine trimestrale sul credito bancario nell’area dell’euro e le indagini condotte presso le imprese segnalano che le condizioni di offerta del credito sono divenute progressivamente più restrittive, riflettendo soprattutto le difficoltà delle banche sui mercati della provvista all’ingrosso. Le tendenze del credito evidenziate alla fine del 2011 non riflettono ancora gli effetti delle misure adottate dall’Eurosistema a dicembre. Tra marzo e dicembre il costo dei prestiti a breve termine alle imprese, inclusi i finanziamenti in conto corrente, è salito di 1,3 punti, al 5,0 per cento; il differenziale tra tale tasso e quello praticato sui finanziamenti di analoga scadenza concessi alla clientela migliore, che tende ad ampliarsi nei periodi di restrizione, è aumentato di 6 decimi, a 3,0 punti percentuali. Anche per i finanziamenti alle famiglie si sono registrati incrementi: il tasso applicato sui nuovi mutui per l’acquisto di abitazioni e quello sul credito al consumo, includendo gli oneri che concorrono a determinare il costo effettivo, sono saliti in dicembre rispettivamente al 4,3 e al 9,1 per cento, dal 3,2 e 8,7 di marzo. I tassi applicati sui prestiti bancari nel complesso dell’area dell’euro sono rimasti sostanzialmente invariati tra marzo e novembre. Per compensare la contrazione della raccolta all’ingrosso, a partire dalla seconda metà dell’anno le nostre banche hanno aumentato il ricorso all’Eurosistema. La quota del rifinanziamento relativa alle banche italiane, che si era mantenuta intorno al 6 per cento del totale per un lungo periodo, è successivamente cresciuta fino a superare il 25 per cento a fine gennaio scorso, un valore non dissimile da quello toccato dai sistemi bancari dei principali paesi nel corso degli ultimi anni. Le banche italiane hanno progressivamente incrementato il valore delle garanzie stanziabili presso l’Eurosistema, in particolar modo obbligazioni bancarie e titoli di Stato. Attualmente l’esposizione del sistema bancario italiano verso l’Eurosistema è di circa 203 miliardi; la capacità di ulteriore rifinanziamento è stimabile in oltre 150 miliardi. Il Consiglio direttivo della BCE ha favorito il ricorso al suo rifinanziamento adottando misure eccezionali per preservare il corretto funzionamento del meccanismo di trasmissione della politica monetaria; ha introdotto operazioni di durata triennale a tasso fisso e integrale accoglimento della domanda; ha deciso di ampliare ulteriormente la gamma di attività stanziabili per il rifinanziamento, estendendo i criteri di accettabilità dei crediti; ha ridotto dal 2 all’1 per cento il coefficiente di riserva obbligatoria. A queste misure, che assieme ad altre prese in passato attenuano in modo significativo le tensioni sul fronte della provvista, si aggiunge l’iniziativa assunta dal Governo italiano che ha introdotto garanzie pubbliche sulla raccolta a medio termine delle banche. La liquidità che così affluisce al sistema bancario, a un costo contenuto, attenua in misura significativa le tensioni sul fronte della raccolta; permette ai nostri intermediari, nell’ambito delle loro scelte gestionali, di espandere il credito e di investire in titoli. La Banca d’Italia controlla su base settimanale, anche giornaliera in periodi di particolare tensione, la situazione di liquidità a breve termine dei principali gruppi bancari. Nel periodo più recente, le misure sopra descritte hanno determinato un sensibile miglioramento della posizione di liquidità a breve termine.
Conclusioni. Il sistema bancario italiano non è all’origine delle attuali instabilità. Le nostre banche rimangono solide. Hanno fatto progressi significativi sul fronte della patrimonializzazione e del contenimento dei costi. Risentono, tuttavia, delle tensioni sui mercati finanziari e dell’andamento della congiuntura, con riflessi negativi sulle prospettive di redditività. Patiscono, al pari di altre imprese, una fiscalità significativamente più onerosa dei loro concorrenti esteri. È essenziale che si riduca sui mercati la percezione del rischio Italia e che si spezzi l’interazione perversa tra lo spread sovrano e quello delle banche. Le misure già prese in Italia portano la finanza pubblica su uno stabile sentiero di risanamento. Onorano gli impegni assunti in sede europea a ridurre il debito pubblico e a intraprendere un ampio programma di riforme strutturali. La riduzione del rischio sovrano ha effetti benefici sui tassi di interesse a medio e a lungo termine. Primi segnali dell’apprezzamento da parte degli investitori delle misure intraprese nel nostro paese si intravedono nella riduzione dei differenziali di rendimento con i titoli pubblici tedeschi. Ciò avrà benefici sul costo della raccolta delle banche, sostenendo la loro capacità di finanziare l’economia. L’accentuata dispersione dei tassi d’interesse in Europa è tuttavia indice di una disfunzione sistemica di cui non possono non farsi carico anche le istituzioni europee, ciascuna nei propri ambiti di competenza e nel rispetto delle rispettive regole di governo. La crisi europea potrà essere definitivamente risolta solo attraverso un rafforzamento delle regole e delle procedure della governance economica e che valorizzi le potenziali sinergie dell’azione congiunta della BCE, dell’EBA e, in tempi auspicabilmente brevi, dell’EFSF. |
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