di Emanuela Locci Membro Confasssociazioni International

Il mondo guarda con sempre maggiore interesse alla Turchia,in particolare in riferimento alla sua politica economica ed ener­getica.

I due temi sono stretta­mente collegati e sono di impor­tanza capitale per il governo di Ankara. La linea politica perseguita da Ankara segue fondamental­mente due direzioni: da un lato l’obiettivo è raggiungere la piena autosufficienza dal punto di vista energetico; obiettivo comune all’Unione Europea. Condizione che la metterebbe al riparo da possibili diatribe con la Russia che è alternativamente alleata o nemica, a seconda degli scenari internazionali. Mosca è per la Turchia il primo fornitore di gas naturale, gli idrocarburi giungo­no in Turchia attraverso il ga­sdotto Turkish Stream che, con­giuntamente al Blue Stream, rap­presenta l’asse dell’oro blu fra le due nazioni.  La linea Turkish Stream ha una capacità di 31,5 miliardi me­tri cubi all’anno di gas. Questi approvvigionamenti non coprono il fabbisogno nazionale e soprat­tutto non soddisfano il progetto turco di autonomia energetica,per cui la Turchia si muove su altri fronti: dal Mar Nero al Me­diterraneo orientale fino all’Afri­ca del Nord. Oggi i turchi sono presenti in Libia, svolgono ricer­che di idrocarburi nel Mar Neroe nelle coste di Cipro, malgrado le opposizioni politiche dei paesi dell’Unione Europea, che hanno interessi proprio da salvaguarda­re nell’area del Mediterraneo orientale.

Un altro capitolo della politi­ca economica turca riguarda gli investimenti che si stanno por­tando avanti all’estero, non rien­tranti nello scenario mediterra­neo. Meritano un’analisi gli in­genti investimenti che la Turchia sta sostenendo nel Corno d’Afri­ca, dove l’ammontare degli inve­stimenti va di pari passo con l’in­cremento di influenza politica.  Nel 2018 la Turchia ha messo piede in Sudan, firmando un ac­cordo del valore di 100 milioni di dollari per la conduzione di esplorazioni petrolifere. Da allo­ra non ha abbandonato il paese e continua a costruirvi infrastruttu­re.  Con l’Etiopia vale lo stesso discorso, dal 2018 è in vigore un accordo per lo sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie del paese che vede la Turchia quale partner privilegiato. Anche in questo paese è in atto un vasto programma di costruzione di in­frastrutture, con comande impor­tanti per le aziende turche. La Somalia ha dimostrato ilsuo interesse verso la Turchia in­coraggiando i suoi investimenti,sempre nel settore energetico, in particolare con le concessioni sulle coste somale, che però van­tano anche un diritto keniota. La questione è ancora al vaglio della Corte Internazionale di Giustizia. Nel 2017 il governo turco ha co­struito in territorio somalo una prima base militare costata 50milioni di dollari. Una seconda base militare è stata inaugurata poche settimane fa ad incremen­tare la forza militare turca nella regione.

Si stima che tra il 2011 e il2017 la Turchia abbia investito circa 1 miliardo di dollari, men­tre il commercio tra le due nazio­ni nel 2018 ha superato i 180 mi­lioni.  L’intesa con Gibuti risale al2012, da quell’anno la Turchia collabora attivamente con lo sta­to africano in settori strategici quali lo sviluppo economico, l’e­nergia, la salute e la sicurezza. L’influenza turca nel Corno d’A­frica pare destinata a crescere,ciò le consentirebbe di realizzare il proprio progetto di diventare,come durante il periodo ottoma­no, una potenza di prima catego­ria nel mondo musulmano.

 

Tribuna Economica

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