I player mondiali perdono cinque volte in più della grande industria. I dati, presentati in occasione dell’Annual Fashion Talk, ri­guardano il periodo 2015 - 2019 fino ai primi 9 mesi 2020, con una visione prospettica del setto­re. Per il Sistema Moda Italia il ritorno

ai livelli pre-crisi è previ­sto nel 2023.  Nei primi nove mesi del 2020 i maggiori player mondiali del fashion registrano una riduzione del giro d’affari cinque volte maggiore di quella registrata dal­la grande industria.  Il mercato europeo ha soffer­to (-23,7%), fortemente penaliz­zato dal blocco dei flussi turisti­ci, mentre quello asiatico ha vi­sto un calo più contenuto (-10,1% escludendo il Giappone).  Nell’ultimo trimestre del 2020 i primi dati indicano un rimbalzo del fatturato a livello aggregato (+17%), con un ritmo di ripresa differente a livello geografico e a seconda delle spe­cialità.  In tutte le aree geografiche le vendite online hanno avuto un’accelerazione a doppia cifra (mediamente +60%).  La crisi è stata più impattante sulle multinazionali europee del fashion (-22,9% le vendite) ri­spetto a quelle statunitensi (-19,7%).

Giro d’affari delle multina­zionali. Nel 2019 gli 80 maggio­ri player mondiali del fashion hanno fatturato € 471 mld (+26,5% sul 2015 e +4,9% sul 2018), di cui il 56% generato dai gruppi europei e il 34% dai nor­damericani. Fra i 38 gruppi euro­pei, l’Italia con le sue big 10 è il paese più rappresentato a livello numerico, ma è prima la Francia per giro d’affari (36% del fattu­rato aggregato).  Al primo posto per giro d’affari tra i colossi mondiali c’è Lvmh (€ 53,7mld). Molto di­stanti Nike (€ 33,3mld), Inditex (€ 28,3mld) che controlla Zara, la tedesca Adidas (€23,6mld), la svedese H&M (€ 22,3mld), la giapponese Fast Retailing (€ 18,8mld) che detiene il brand Uniqlo ed EssilorLuxottica (€ 17,4mld). Prima tra le aziende italiane Prada (€ 3,2mld) al 34° posto.  L’impatto del Covid-19 sul settore moda in Italia. Per il settore moda italiano (società con un fatturato superiore a € 100mln) la contrazione del giro d’affari per il 2020 dovrebbe at­testarsi al -23%. Ci sarà una ri­presa a partire dal 2021 con un raggiungimento dei livelli pre-crisi previsto nel 2023.

La proiezione internazionale è una delle caratteristiche più rappresentative delle società ma­nifatturiere della moda italiana: il 66,5% del fatturato complessivo proviene, infatti, dall’estero con in testa il tessile (72,8%).  Nel 2019 il settore moda ita­liano ha registrato un giro d’affa­ri totale di € 71,1mld (+20,8% sul 2015), con una crescita media annua delle vendite del 4,8% nel periodo 2015 – 2019.  Tra i settori l’abbigliamento determina il 42,9% dei ricavi ag­gregati, seguito dalla pelletteria (26,1%). Quanto alla crescita media annua delle vendite nel 2015 - 2019 si distingue, invece, la gioielleria (+10,3%) seguita dal comparto pelli, cuoio e calza­ture (+7,8%).

L’impegno Green. Dall’ana­lisi dei bilanci di sostenibilità 2019 emerge che le multinazio­nali mondiali della moda si sono impegnate per un futuro più so­stenibile ponendo maggior atten­zione alla salvaguardia dell’am­biente. Diminuiscono i consumi idrici (-3,4%), le emissioni di CO2 (-5,1%), i rifiuti prodotti (-3,1%) e aumenta il ricorso all’e­nergia elettrica rinnovabile (dal 42,6% nel 2018 al 49,9% nel 2019). I gruppi europei attingono da fonti green il 59% del proprio fabbisogno energetico, gli statu­nitensi solo il 38%.  I fornitori dei maggiori player mondiali del fashion sono localizzati per il 63% in Asia, per il 28% in Europa e per il 5% in Nord America, con punte di oltre il 90% in Asia per il fast fa­shion e l’abbigliamento e calza­ture sportive.  Infine, un segnale inequivo­cabile dell’eccellenza della filie­ra italiana: mediamente oltre un quarto dei fornitori dei gruppi europei della moda ha sede in Italia, con picchi di oltre l’80% nella fascia alta del mercato.

 

Elaborazione Promos Italia su dati Mediobanca