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Category: Editoriali

di Annamaria Aisha Tiozzo , Presidente Confassociazioni turismo food ed hospitality

 

A poche ore dall’apertura dei cancelli di Arabian Travel Market di Dubai, la piu’ importante fiera del turismo del Golfo,

il Regno dell’Arabia saudita si prepara a promuoversi come la nuova forza turistica della regione.  Grazie al progetto Vision 2030, il Paese si è concentrato sulla diversificazione della sua economia dal petrolio e sulla apertura al mondo; diretta conse­guenza è stata la decisione nel 2019 di rilasciare visti turistici (dal 2020) ai visitatori provenienti dai Paesi dell’area Shenghen, dal Regno Unito e dagli Stati uniti.  In precedenza, solo uomini (e, con alcuni limiti, donne) d’ affari, pellegrini religiosi e lavo­ratori espatriati potevano visitare l'Arabia Saudita.  La visione a lungo termine di una economia basata anche su cultura, intrattenimento, tempo li­bero e turismo, con investimenti pianificati di 810 miliardi di dol­lari e l’obiettivo di 100 milioni di visitatori entro il 2030, ha già atti­rato l’attenzione dei tour opera­tors a livello mondiale. Anche il WTTC (world trade and tourism Council) ha stimato che il Regno dovrebbe raggiungere circa 22mi­lioni di arrivi entro il 2025, ovve­ro circa il 40 % in piu’ rispetto agli attuali visitatori di Dubai.

Accanto a progetti che pro­muovono il patrimonio culturale saudita, particolare enfasi viene data a mega progetti quali l’A­maala, detto anche Riviera del Medio Oriente, che dovrebbe ge­nerare da solo circa 2500 camere di hotel di lusso, o il Red sea  Parole chiave della nuova progettualità turistica saranno in­fatti innovazione, rispetto per le risorse e per l’ambiente, ma an­che realtà aumentata e intelligen­za artificiale, in grado non solo di attirare viaggiatori internazio­nali, ma di trattenere i turisti sau­diti nel Regno, con particolare ri­ferimento al segmento giovani (l’età media è di 27,2 anni con solo il 3,24% della popolazione di età superiore ai 65 anni) che fino ad oggi emigrava verso la vicina Dubai.  Chi vede in questa apertura un allentamento delle abitudini e delle regole religiose dovrà però ricredersi: parallelamente a que­sti sviluppi, il progetto Vision 2030 mira a portare il turismo re­ligioso (Umra) a 30 milioni di vi­sitatori entro il 2030, raddop­piando il numero di visti religiosi e portando i turisti musulmani dai 25 milioni del 2000 a un quarto di miliardo nel 2026.  Non è infatti un caso se in tutta l’area il segmento turistico in maggior crescita è quello dell’halal e del muslim friendly; adeguare l’offerta turistica alla dieta (il termine halal si rifa’ alle prescrizioni alimentari islami­che) ed alle regole di ospitalità dettate dalla fede, oltre che una esigenza religiosa, è un trend ca­pace di entusiasmare diversi set­tori : quello immobiliare, quello turistico, e quello alimentare.

Capace, anche, di valicare i confini, se è vero che anche l’Ita­lia ha un suo programma (Italia bayti: dall’ arabo: Italia casa mia) per l’incoming del turista arabo nel belpaese e che la stessa Sace ha recentemente firmato ac­cordi internazionali per supporta­re il segmento.  Non soffrirà troppo l’ agroa­limentare italiano delle nuove normative saudite in vigore dalla seconda metà di quest’ anno ,che renderanno obbligatoria la certificazione halal per l’ espor­tazione nel Regno di carni , for­maggi e prodotti lattiero caseari, olii e grassi, pasticceria e panet­teria, succhi, conserve e tutti i prodotti processati : oltre a diver­se centini di aziende già certifi­cate halal, anche in vista dell’ entrata nel mercato di piattafor­me halal internazionali e locali come aladdin1 e spacehalal , non mancano le infrastrutture lo­gistiche ed il trasporto dedicati .  Inoltre, il prodotto halal si propone, anche al consumatore non musulmano, come prodotto sicuro, tracciabile, eco-etico e di qualità; tutti concetti già molto vicini alla sensibilità delle azien­de italiane

 

(Tribuna Economica © Riproduzione riservata)