A settembre, la Federal Reserve statunitense (la Fed) non aveva aumentato i tassi ritenendo che il contesto esterno fosse troppo volatile. Ma mercoledì è entrata finalmente in azione. Il primo rialzo dei tassi dopo quasi dieci anni sembra l’esordio di una nuova epoca. Era dalla Seconda Guerra Mondiale che la Fed non attuava una politica di tassi zero

per un periodo così prolungato. L’innalzamento di mercoledì era ampiamente atteso dai mercati, con l’aumento del range di 25 basis point. Janet Yellen ha optato per un rialzo da colomba, sottolineando che le probabilità che questo aumento sia il primo di una lunga serie sono piuttosto scarse. Le condizioni economiche possono per un po’ far sì che il tasso sui Fed funds rimanga al di sotto dei livelli che il Comitato di Politica Monetaria ritiene adeguati in circostanze normali. Non esiste una strada predeterminata per innalzare i tassi e ogni ulteriore decisione dipenderà dai mercati e dai dati pubblicati.

Il ritmo dell’inasprimento monetario scontato dal mercato dei Treasury statunitensi è molto più moderato rispetto ai precedenti cicli di irrigidimento. Tuttavia, nel gennaio 2016 sarà nominato un nuovo Comitato di Politica Monetaria e i nuovi membri votanti saranno più falchi che colombe. Si potrebbero quindi nutrire delle riserve sulle attuali aspettative degli operatori di mercato relativamente al ritmo straordinariamente lento di futuri aumenti di tassi operati dalla Fed.

Una delle spiegazioni per queste aspettative decisamente contenute è che circa il 30% degli attuali investitori nei mercati obbligazionari non ha mai vissuto un ciclo di inasprimento monetario negli Stati Uniti. E l’attuale rialzo dei tassi risulta molto speciale, tenuto conto della divergenza di politica monetaria tra Europa e Stati Uniti.

Sono passati oltre 21 anni da quando la Fed aveva aumentato i tassi nello stesso mese in cui la sua principale omologa di allora in Europa, la Bundesbank, attuava una politica monetaria accomodante. La Fed di Alan Greenspan aveva innalzato il tasso di riferimento dal 3.75% al 4.25% mentre la Banca Centrale tedesca tagliava il suo tasso ufficiale portandolo al 4.5% dal 5%. Succedeva nel febbraio 1994. Gli investitori obbligazionari con qualche capello bianco ricordano ancora molto bene che cosa successe quell’anno. I rendimenti aumentarono di oltre 200 basis point e gli investitori andarono incontro a pesanti perdite.

Alla luce di tutto ciò, ci si potrebbe aspettare che l’avvio di una politica monetaria restrittiva negli USA comporterà un rialzo dei rendimenti dei Titoli di Stato USA in tutti i segmenti della curva. Nel frattempo la BCE dovrebbe confermare la sua politica espansiva per il 2016, il che dovrebbe tenere ancorati i tassi del segmento breve della curva dell’Eurozona. Spostandosi oltre nella curva, l’aumento dei rendimenti USA dovrebbe spingere quelli dell’Eurozona al rialzo. Attualmente gli spread tra Eurozona e Stati Uniti sono ai massimi storici. Il differenziale potrebbe allargarsi ancora, ma alla fine l’interdipendenza finanziaria globale costringerà i rendimenti obbligazionari a riconvergere.

 

 

A cura di Kim Lubbers, Portfolio manager, Kempen Capital Management