L’annuncio della Federal Reserve del 16 dicembre era così tanto atteso che la reazione dei mercati in tal senso è emblematica. Il rialzo dei tassi è importante per gli investitori di lungo termine? Probabilmente no. E per i trader, focalizzati sul breve? Probabilmente per niente. L’annuncio in sé ha riguardato una stretta “da colomba”,

nel senso che è stato accompagnato da molte dichiarazioni rassicuranti per i mercati circa la natura graduale dei futuri rialzi dei tassi, entrando nel 2016.

Dal punto di vista degli investitori, a nostro avviso, la vera lezione da ricordare è semplicemente che il ciclo finora è stato incentrato sull’osservazione attenta delle future mosse delle Banche centrali. Ciò era conseguenza e funzione del fatto che proprio gli Istituti centrali avessero una capacità straordinaria di influenzare i tassi, al di là del mercato dei Treasury, andando sul mercato corporate, su quello al di sotto dell’investment grade, sul mercato dei mutui, sul mercato del debito degli Emergenti, e così via. Riteniamo che, guardando agli eventi degli ultimi 18 mesi come il crollo del complesso delle commodity, il concomitante calo delle valutazioni delle monete (principalmente dei Paesi Emergenti, ma si pensi anche a euro e yen), il rialzo del dollaro, sia chiaro come i banchieri centrali abbiano perso il loro tocco magico, la loro capacità cioè di influenzare ai premi sul rischio. Nel caso del mercato dei bond junk, a nostro avviso è ormai chiaro che si tratti di un fenomeno storico, nel senso che i tassi sono stati a zero per così tanto tempo che i mercati dei capitali stanno iniziando ad “andare per conto proprio”, iniziando a scollegarsi dalle attese sulla futura politica monetaria della Federal Reserve.

Tutto ciò per dire che quanto detto e fatto dalla Fed il 16 dicembre non fa una vera differenza per l’outlook di qualsivoglia settore finanziario.

Quando la Fed si esprime sullo stato di salute dell’economia, solitamente si concentra sui consumatori: vede famiglie in una salute relativamente buona e disoccupazione bassa. Sebbene queste condizioni siano senz’altro vere, le abbiamo viste anche in cicli precedenti, senza che ciò fosse un fattore alla base di un proseguimento dei cicli stessi. Bisognerebbe infatti ricordarsi che Lehman Brothers collassò nell’autunno del 2008: nella primavera e nell’estate dello stesso anno, il tasso di disoccupazione degli Stati Uniti era all’incirca al livello odierno, attorno al 5%.

Il nostro modo di guardare al mondo, diverso da quello della Fed, ci porta a riconoscere che gli eventi dei mercati del capitale tendono a guidare l’economia reale. E quello che abbiamo visto, nel corso degli ultimi 18 mesi, nei mercati dei capitali, è un deterioramento delle condizioni. Molto evidente per le materie prime, nelle valute dei Mercati Emergenti, ma presente anche per l’euro e lo yen, così come visibile nell’aumento del 2,5% dei tassi di interesse nel segmento junk dell’obbligazionario. Quindi, sebbene la Fed abbia lasciato i tassi a zero o, da pochi giorni, li abbia portati nell’intervallo 0,25%-0,5%, è più importante notare che i costi di indebitamento per i soggetti più vulnerabili, cioè proprio quelli al di sotto dell’investment grade, in verità sono saliti del 2,5% nel corso degli ultimi 6-9 mesi.

Questo ci spinge a poter ipotizzare un aumento dei default e delle insolvenze nel 2016, condizioni del credito più rigide, quello che possiamo aspettarci essere un outlook molto più fosco per l’economia degli Stati Uniti, rispetto a quanto visto negli ultimi anni.

 

 

Tad Rivelle, CIO, Fixed Income, TCW