L’andamento dei mercati finanziari in questi ultimi mesi sembra  preannunciare la fine del mondo. I principali indici globali nelle prime settimane dell’anno hanno sofferto una delle correzioni più pesanti dalla crisi del 2008. In diversi casi è stata varcata la soglia tecnica

del “mercato orso” (discesa dai picchi precedenti superiore al 20%). Allo stesso modo il rally del Treasury e il livello raggiunto dallo spread dei corporate americani scontano uno scenario di fine ciclo economico con entrata in recessione dell'economia USA. Tutto ciò però ci sembra esagerato.

 

Da un punto di vista macroeconomico i segnali sono contrastanti. Se da un lato è evidente il rallentamento dell’economia globale, dall’altro è presto per trarre conclusioni.

 

Negli Stati Uniti, i dati più incoraggianti riguardano il mercato del lavoro: sia i livelli di disoccupazione che quelli di “sotto-occupazione”, spesso additata per la mancanza di pressioni inflazionistiche, sono in continua diminuzione. Proprio la crescita dei prezzi, al netto degli effetti depressivi del comparto energetico (dato “core”), è arrivata al 2,2%, mostrando segni di normalizzazione del ciclo economico. Inoltre il comparto immobiliare continua ad apparire in salute, come dimostrato dai dati recenti sulle vendite di case. D’altro canto alcuni indicatori anticipatori segnalano un arretramento dell’attività sul manifatturiero già da diversi mesi e, più di recente, una contrazione anche nei servizi (ultimo PMI non manufacturing 49,8). Inoltre, proprio il movimento di mercato condiziona i dati più recenti della fiducia di consumatori e imprese: nella più classica delle profezie che si autoavverano, il timore che l’economia scenda potrebbe, per mezzo del cambio di aspettative, provocare effettivamente un peggioramento di consumi e investimenti e un ulteriore aumento della propensione al risparmio.

 

Sintetizzando, riteniamo che l’economia globale proseguirà nella sua crescita moderata anche nell’anno in corso. Ad inizio anno, pur avendo adottato un approccio conservativo sul fondo Multi Asset Strategic Allocation (MuSA), l’incremento della volatilità di mercato ha generato un inevitabile aumento della rischiosità di portafoglio. Tuttavia, pur essendoci avvicinati al limite (VaR mensile del 2,6% vs limite del 3%), abbiamo scelto di non tagliare ulteriormente le posizioni, ritenendo eccessivo il movimento al ribasso rispetto a quanto finora rilevabile dai dati. Da un punto di vista geografico, la diversa fase di ciclo economico attraversata da Europa e USA presuppone un approccio differente nello stile di gestione. In merito alle azioni americane, in considerazione dello stadio maggiormente avanzato del ciclo, privilegiamo le grandi capitalizzazioni; in Europa invece affianchiamo alle large cap le small/mid cap, dato che il loro orientamento al mercato interno le mette al riparo dal rallentamento dei Mercati Emergenti.  

 

Lo scenario resta esposto a molteplici rischi, in alcuni casi anche di difficile monitoraggio ( ad esempio la situazione geopolitica). Per questo motivo proseguiamo nella selezione di strategie alternative finalizzate a migliorare il profilo della decorrelazione del portafoglio, e attraverso essa il comportamento nelle fasi di tensione. A questo proposito nel mese di gennaio, all’interno della componente alternativa, sono state incrementate le posizioni sulla volatilità (acquisto di un nuovo certificato sul Vix) e sull’oro. Nel primo caso la scelta è proprio di aumentare il peso delle posizioni negativamente correlate con le asset class tradizionalmente rischiose; nel secondo, l’investimento guadagna tipicamente nelle fasi di ascesa dei rischi sistemici, come dimostrato anche dalle ultime settimane.

 

In Europa il sostegno della Banca Centrale continuerà a tenere in territorio negativo le parti brevi delle curve e particolarmente compressi i rendimenti delle altre scadenze. Di conseguenza, la scelta di rimanere sulla parte medio-lunga (BTP, Bund) continua a nostro avviso ad avere senso. D’altro canto, in seguito alla correzione intervenuta sui mercati del credito, troviamo interesse anche su titoli singoli della parte intermedia della curva (5-7 anni) e, sull’high yield europeo (attraverso fondi), che offre un rendimento a scadenza di circa il 5,5% a fronte di una qualità del credito migliore rispetto alla parte statunitense (più del 90% delle emissioni su rating BB e B, esposizione minima al comparto energetico).

Massimo De Palma, Head of Asset Management Institutional Mandates Italy di GAM (Italia) SGR