Secondo la Corte dei conti europea, la Commissione europea nomina e si avvale di consulenti esterni in un modo che non assicura appieno un rapporto costi-benefici ottimale né una piena tutela dei propri interessi. Il quadro disciplinante il ricorso a tali servizi presenta lacune significative che comportano

potenziali rischi connessi alla concentrazione dei fornitori di servizi, all’eccessiva dipendenza e ai conflitti di interesse. Tali rischi non sono sufficientemente monitorati. La Corte sottolinea inoltre debolezze nel modo di valutare il lavoro svolto dai consulenti esterni e il valore aggiunto prodotto. Secondo l’esame della Corte, il sistema informativo della Commissione europea non è in grado di fornire un quadro completo delle modalità con cui quest’ultima si avvale di consulenti esterni. Quel che è certo è che la Commissione ha fatto sempre più ricorso a consulenti esterni per svolgere vari servizi di consulenza e di supporto. Negli ultimi anni ha stipulato contratti per un valore di circa 1 miliardo di euro all’anno aventi per oggetto un’ampia gamma di servizi di questo tipo, quali attività di consulenza, studi, valutazioni e ricerca. I consulenti esterni sono coinvolti principalmente nell’attuazione delle politiche di vicinato e di allargamento, dei partenariati internazionali, degli strumenti di politica estera e delle azioni per l’ambiente e il clima a livello dell’Ue. La Corte ha verificato se la Commissione sia riuscita a ottenere un rapporto costi-benefici ottimale e a tutelare i propri interessi.

L’esternalizzazione di alcuni compiti può essere utile e talvolta necessaria”, ha dichiarato François-Roger Cazala, il Membro della Corte responsabile dell’audit. “Tuttavia la Commissione europea dovrebbe sforzarsi di ottenere il massimo valore possibile dalle somme spese. È necessario migliorare la trasparenza e l’obbligo di rendiconto in relazione ai compiti che possono essere esternalizzati e alla gestione dei rischi di concentrazione dei prestatori, di eccessiva dipendenza e di conflitti di interesse. Mi auguro che la relazione della Corte aiuti l’amministrazione dell’Ue a procedere in questa direzione.”

La Corte ha riscontrato lacune nel quadro che disciplina la nomina di consulenti esterni. In particolare per i servizi di consulenza e di ricerca, le due categorie che rappresentano l’80 % dell’importo appaltato, non vi sono orientamenti in merito al possibile livello di esternalizzazione dei compiti, alle modalità di definizione dei servizi dei consulenti esterni e alle capacità e competenze da mantenere interne. Inoltre, per alcuni servizi di consulenza appaltati per svolgere compiti ricorrenti, la Commissione non effettua analisi costi-benefici e dei bisogni per valutare i vantaggi dell’affidarsi a fornitori esterni piuttosto che a personale interno prima di avviare nuove richieste di appalto. Sebbene i criteri utilizzati per selezionare le offerte vincitrici fossero adeguati, la Commissione non ha sufficientemente monitorato e gestito rischi importanti associati al ricorso a consulenti esterni, tra cui i rischi di concentrazione dei prestatori e di eccessiva dipendenza da un numero relativamente ridotto di fornitori di servizi. Nel corso del periodo sottoposto ad audit, la Commissione ha stipulato contratti con 2769 consulenti esterni. Tuttavia, i primi dieci prestatori hanno rappresentato da soli il 22 % (circa 600 milioni di euro) degli importi aggiudicati totali nel periodo in esame. In altre parole, alcuni servizi della Commissione fanno ampio affidamento su un numero relativamente esiguo di contraenti. Non è raro che un unico prestatore si aggiudichi appalti consecutivi nell’arco di diversi anni, nonostante siano organizzate regolarmente procedure di appalto aperte. Il rischio di concentrazione su un numero ridotto di consulenti esterni comporta quello che alcuni prestatori dotati di vasta esperienza di collaborazione con la Commissione si aggiudichino appalti più facilmente. A titolo illustrativo, la Corte ha rilevato che alcuni prestatori hanno fornito servizi di consulenza, attuazione e valutazione per un’unica direzione generale della Commissione. Una tale combinazione di servizi può conferire loro un vantaggio competitivo, essendo coinvolti nella progettazione, attuazione e valutazione della stessa politica dell’Ue . La Commissione ha posto in atto procedure per individuare e prevenire potenziali conflitti di interesse. Tuttavia si tratta prevalentemente di controlli formali, che da soli non possono garantire la gestione dei rischi di conflitto di interesse. Esaminando i singoli contratti, la Corte riconosce che la Commissione verifica la qualità attesa dei servizi forniti dai consulenti esterni prima di effettuare loro i pagamenti. Ciononostante sottolinea che la Commissione non ha valutato in modo coerente la performance dei consulenti esterni, ad eccezione degli studi e delle valutazioni. Solo alcune direzioni generali effettuano analisi degli insegnamenti tratti o valutazioni costi-benefici ex post e, quando queste vengono eseguite, non vi è alcuna raccolta di informazioni centralizzata che consenta di utilizzare al meglio i risultati prodotti dai consulenti esterni. La Corte ritiene che ciò riduca la capacità della Commissione di individuare potenziali ambiti di miglioramento e aumenti inoltre il rischio di riassumere consulenti che in passato hanno fornito servizi scadenti. Considerato l’ampio ricorso a consulenti esterni, la Corte invita la Commissione europea a migliorarne la gestione nonché ad aumentare la trasparenza rendendo conto regolarmente e accuratamente in merito al suo utilizzo dei servizi dei consulenti esterni.