L’Associazione Nazionale fra i Produttori di Articoli Sportivi (oltre 120 aziende in Italia, 300 brand, 9.300 addetti e un fatturato aggregato pari a 12,2 miliardi di euro) si fa portavoce, per mezzo delle sue associate, delle tante aziende del settore che nei prossimi mesi rischiano

di ritrovarsi in ginocchio per colpa del caro-energia e delle problematiche a esso connesse. Tanti i nodi sul piatto della bilancia, pronti a scatenare un pericoloso effetto domino. L’export, da sempre fiore all’occhiello dell’industria sportiva italiana, ha chiuso in ripresa il 2021 con un significativo +18,5%, ma ora è minacciato dalle criticità in essere e dalle ulteriori nuvole che si addensano all’orizzonte. Stando al rapporto relativo all’Italia nell’economia internazionale che ICE ha appena reso noto, l’export genera il 32% del Pil nazionale, laddove il nostro paese è il secondo in Ue per produzione manufatturiera e l’ottavo esportatore nel mondo. Entrando nel dettaglio delle categorie merceologiche, il ramo tessile e più in generale abbigliamento, pelletteria e accessori, si posizionano al terzo posto tra i principali settori dell’export sia nel 2021 che nel primo semestre del 2022 dietro macchinari e prodotti metallici. Facile immaginare come la difficile situazione legata ai rincari possa ripercuotersi sulla Sport Industry e, in particolare, sui produttori di articoli sportivi con l’indice generale dei prezzi al consumo che proprio per abbigliamento e calzature è già balzato dallo 0,03 dello scorso anno allo 0,06% attuale. A impensierire lo Sportsystem è soprattutto la difficoltà di reperimento delle materie prime, unitamente agli eccessivi costi dei noli e a quelli di gestione, con lo spettro del fermo produttivo sempre in agguato. Per alcuni comparti l’effetto sarà contenuto, ma per altri, tradizionalmente più energivori, l’impatto potrebbe rivelarsi molto più serio e questo proprio quando, accantonato l’incubo dell’emergenza sanitaria, si sperava di poter ripartire a ritmo serrato. Le sospirate riaperture, al contrario, avranno con ogni probabilità un sapore decisamente diverso e più amaro rispetto agli iniziali auspici. Secondo i calcoli di Anif sono almeno 500 le strutture che si vedranno costrette a interrompere l’attività, laddove il covid nel biennio nero 2020-2022 ne aveva già falciate più di 200. Le stime, del resto, parlano chiaro e, a fronte dei già citati rincari ormai viaggiano sull’onda del 500%, la paura delle imprese è quella che tali aumenti non vengano compensati da altrettanti introiti, giacché gli italiani saranno indotti a rivedere le proprie spese, con conseguenze facilmente intuibili anche e soprattutto per il mondo della sport industry.