La Fondazione Italia Cina, voluta e creata da Cesare Romiti, nel 2003, ha come soci fondatori Ministeri, Regioni, Confindu­stria, importanti aziende e gruppi finanziari italiani, Attraverso l’ampliamento qualitativo e quantitativo della base associati­va, la Fondazione intende,

sem­pre di più, rappresentare il setto­re imprenditoriale italiano con ri­ferimento alla Cina e fare leva sulla propria posizione rappre­sentativa per sostenere gli inte­ressi delle aziende italiane nei confronti delle istituzioni italiane e cinesi.  Alla sua guida, Mario Bosel­li, un curriculum con incarichi di prestigio nelle istituzioni nazio­nali, affiancato alla propria espe­rienza di imprenditore.

Obiettivo della Fondazione, sin dai primi anni, era quello di aprire un dialogo tra Italia e Cina da un punto di vista eco­nomico, culturale e scientifico. Che cosa è avvenuto dal 2003 ad oggi?

Nei suoi quasi 18 anni di vita, la Fondazione ha portato avanti un crescente impegno in termini di rapporti e collaborazioni, negli ambiti più vari. Negli ultimi an­ni, quelli pre-pandemia, ci si è concentrati in particolare sulle iniziative di livello istituzionale e sull’assistenza alle aziende. Gra­zie a voli frequenti, visti più ac­cessibili e una sempre maggiore conoscenza di quel mondo, inte­ragire con la Cina era diventato molto più facile di quanto fosse nei decenni precedenti, e ciò ave­va ridimensionato il nostro inter­vento, portandoci ad assumere un altro ruolo. L’emergenza pandemica ha cambiato di nuovo le carte in ta­vola, rendendo più complicato raggiungere la Cina e averci a che fare, nonostante nel Paese ormai l’emergenza sanitaria sia soltanto un ricordo. La scarsità dei voli, i lunghi tempi della qua­rantena, la forte stretta alle con­cessioni dei visti ci ha portato ad essere di nuovo dei facilitatori, ove possibile, così come lo era­vamo all’inizio della nostra sto­ria.  Un esempio per tutti: grazie alla collaborazione con il nostro socio e consigliere Fosun, abbia­mo potuto inserire i dipendenti delle branch in Cina dei nostri Soci in una priority list per le vaccinazioni BioNTech/Pfizer contro il Covid. È con iniziative come questa che cerchiamo di essere un ponte tra i due Paesi e di aiutare le nostre aziende ad at­traversarlo.

Presidente Boselli, che cosa significa, nel bel mezzo della pandemia mondiale, fare affari con la Cina?

La Cina è stata il primo Paese al mondo a riprendersi da questa emergenza e i numeri lo dicono chiaramente. Dopo un primo tri­mestre 2020 a -6,8%, il Pil cine­se ha dimostrato una resilienza incredibile e con la riapertura è balzato a un +3,2% nel secondo, a un +4,9% nel terzo e a +6,5% nel quarto, chiudendo l’anno a +2,3%, unico Paese al mondo con il segno positivo dopo l’an­nus horribilis del Covid-19.  Le aziende già presenti in Ci­na hanno evidentemente potuto avvantaggiarsi di questa situazio­ne, realizzando risultati positivi che hanno permesso di avere dei fatturati export simili, o comun­que abbastanza vicini, a quelli prepandemici. Questo ci permet­te di guardare avanti con buoni motivi di ottimismo: se ci fer­miamo al breve-medio periodo, vediamo una Cina che ha messo come target di crescita un Pil al 6%. Se invece guardiamo più lontano, in una prospettiva di medio-lungo periodo, possiamo vedere all’orizzonte 400 milioni di nuovi consumatori, che saran­no sicuramente ancora più affa­scinati dai prodotti del Made in Italy.  Nonostante tutto, dunque, il 2020 non è andato male sotto questo aspetto e altrettanto farà il 2021 ma è sulla prospettiva lun­ga che ci dobbiamo concentrare. Quello che ormai è evidente è che non possiamo prescindere da questo dinamico mercato, che sia per scelta o per necessità.

Lei è stato un imprenditore del settore tessile-moda. Il comparto, ben introdotto nel mercato cinese, ha subito una battuta d’arresto a causa della pandemia?

Il mio settore mi ha portato ad andare moltissime volte in Ci­na, dal 1978 ad oggi, permetten­domi di avere ad oggi una conoscenza diretta del Paese. In que­sti oltre quarant’anni ho potuto assistere a grandi cambiamenti e mutamenti: all’inizio, la mancan­za di regole che per anni ha ca­ratterizzato la produzione cinese ha provocato una concorrenza Ma la strada virtuosa che Pe­chino ha intrapreso negli ultimi dieci-quindici anni verso un maggior rispetto delle regole e una domanda di migliore qualità ha permesso di far diventare la Cina un fondamentale mercato di sbocco per i prodotti raffinati ed eleganti del Made in Italy. Que­sto aspetto emerge con forza dal Rapporto recentemente elaborato dal nostro Centro Studi CeSIF, “Il ruolo delle Pmi nelle relazio­ni fra Italia e Cina: analisi di sce­nario e indicazioni di soci e im­prese”, che analizza le opportu­nità di cooperazione economica tra Italia e Cina in epoca post-Covid, utilizzando lo sguardo delle piccole e medie imprese, realtà che rappresentano la spina dorsale della produzione indu­striale in entrambi i Paesi.  Oggi la ripresa delle attività in Cina mostra i suoi effetti an­che sull’operatività delle nostre sleale che ha avuto effetti nefasti sulla filiera del tessile e sull’atti­vità delle nostre piccole e medie aziende. aziende, che hanno risentito po­sitivamente della situazione nel Paese che per primo ha dovuto fronteggiare il Covid-19.

Dopo la corsa degli impren­ditori italiani in Cina oggi assi­stiamo a un’inversione di ten­denza. Sono infatti gli uomini d’affari cinesi a fare shopping di aziende in Italia e in Euro­pa. Come vede il 2021?

Certamente la firma dello sto­rico accordo EU-China Com­prehensive Agreement on Invest­ment (Cai) , dopo sette anni di ne­goziato, è un passo importante, seppure non definitivo, e permet­terà di promuovere reciproci inve­stimenti secondo le regole. L’in­tesa è importante perché sancisce tre principi: la reciprocità dell’ac­cesso ai mercati, una concorrenza reale e il riconoscimento di valori e regole condivisi. Si tratta certa­mente del risultato più ambizioso mai sottoscritto dalla Cina con un Paese terzo e proprio perché è un’intesa politica si presenta co­me un segnale fondamentale della nuova stagione che l’Europa potrà vivere da protagonista.  Certo, la situazione pandemi­ca ha rallentato il fenomeno che però aveva già subito una battuta d’arresto negli anni passati per una maggiore prudenza dei go­vernanti cinesi, che hanno spinto per una riduzione degli investi­menti cinesi fuori dal Paese. Una situazione che al momento resta stabile, in attesa delle variabili provocate dall’attuale situazione geopolitica e dalla ripresa post-pandemica.

 

 

Intervista pubblicata nell'edizione cartacea di Tribuna Economica  del 26 aprile 2021

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