Il Paese ha un grande po­tenziale in ogni settore, in parte ancora inesplorato. Dobbiamo quindi fare tesoro delle nostre posizioni in Serbia consolidate nel corso dei decenni, ma senza adagiarci, puntando anzi ad ‘’in­tercettare’’ le nuove tendenze ed opportunità di questo mercato

e a rafforzare le nostre eccellenti relazioni ad ogni livello”.

 

Ambasciatore Lo Cascio, come si presenta il Paese rispetto agli altri mercati limi­trofi?

Nel suo discorso alla nazione di fine anno, il Presidente Vucic ha riepilogato i positivi risultati raggiunti durante il suo primo mandato presidenziale e tratteg­giato quanto intende perseguire nel corso del secondo mandato, grazie alla riconferma ottenuta, già al primo turno, nella tornata elettorale del 3 aprile. Il programma ‘’Vision 202’’5 prevede una spesa pubblica di ben 14 miliardi di Euro nel pros­simo quadriennio, di cui 9 mi­liardi destinati ai trasporti, 1 mi­liardo a fornitura idrica e rete fo­gnaria, 500-1.000 milioni al set­tore energia, 700 milioni ai gio­vani, 600 milioni alla sanità, 600 milioni all’istruzione e digitaliz­zazione, 500 milioni alle infra­strutture in cultura e turismo, 500 milioni allo sport e, infine, 300 milioni al settore agricolo. L’accresciuta capacità di spe­sa è stata resa possibile in virtù della sana gestione pubblica: nel 2021 il PIL è tornato a crescere al +7,4% (dopo la frenata dello 0,9% nel 2020) e il debito si è mantenuto inferiore alla soglia obiettivo del 60%. Significativi progressi sono stati compiuti sul fronte del tasso di disoccupazio­ne, sceso dal picco del 25,9% nel 2012 all’11% nel 2021. Conte­stualmente, il salario minimo è cresciuto progressivamente, fino a raggiungere i 635 Euro a fine 2021. L’eccellente performance in­terna si è accompagnata ad un robusto incremento del commer­cio estero che, dopo la frenata dell’anno scorso dovuta alla pan­demia (-3,4%), ha superato nel 2021 i 50 miliardi di Euro di in­terscambio complessivo rispetto ai 40 nel 2020 (+25,5%). La recente missione del Fmi a Belgrado, conclusasi il 23 mar­zo scorso, ha confermato il giu­dizio nettamente positivo sulla gestione della pandemia da parte di Belgrado. Tuttavia, anche qui le previsioni sull’evoluzione dei fondamentali macroeconomici scontano le incertezze derivanti dalla guerra in Ucraina, dal caro energia e dal rischio inflazioni­stico (+8,8% a fine febbraio). Sarà pertanto più complicato rag­giungere il tasso di crescita obiettivo che la legge di Bilancio aveva posto al +4,5% e che, in effetti, comincia ad essere rivisto leggermente al ribasso (+3,3% per la Bers).

 

Come possiamo definire la piazza finanziaria della Ser­bia?

La Serbia è improntata a una sempre maggiore apertura nei confronti degli investimenti di­retti esteri. Nel 2021 non si sono interrotti i flussi di Ide che hanno eguagliato, con 3,9 miliardi di Euro, il livello record del 2019, portando alla creazione di oltre 12mila posti di lavoro. Il Presi­dente Vucic ha presenziato all’i­naugurazione di 250 stabilimenti produttivi e la Serbia assorbe ol­tre il 60% del totale investito nel­la regione dei Balcani occidenta­li. A febbraio scorso sono stati annunciati ulteriori 92 investi­menti, per un valore aggregato di 7,3 miliardi di Euro, che porte­rebbero alla creazione di 35mila posti di lavoro. Su questo, la Serbia ha messo a punto un sistema di incentivi, con sgravi fiscali condizionati al­la dimensione dell’investimento, al numero di manodopera e alla zona geografica, grazie all’opera dell’Agenzia serba per lo Svilup­po (Ras). Il livello di tassazione rimane contenuto, con un’aliquo­ta sul reddito d’impresa del 15%.

 

La Serbia non fa ancora parte dei Paesi Ue e non adotta l’euro: quali sono le principali particolarità a cui un impren­ditore va incontro relazionan­dosi con il Paese?

Pur non essendo ancora un Paese membro dell’Ue, la Serbia è pienamente integrata e interdi­pendente con il mercato europeo: quasi i due terzi dell’interscam­bio di questo Paese, infatti, ha luogo con i Paesi Ue (61% del totale, cresciuto del +38,5% nel primo bimestre 2022). La Serbia ha poi un sistema economico orientato al mercato, sebbene alcuni comparti non sia­no ancora interamente liberaliz­zati. Il settore agricolo continua ad avere un peso importante (l’8% del Pil e il 15% della forza lavoro), così come quello mani­fatturiero. Essi contribuiscono in maniera significativa alle espor­tazioni, che rappresentano una componente importante dell’eco­nomia nazionale. In forte crescita vi è il settore dei servizi, in parti­colar modo il comparto Ict. Lo Stato detiene partecipa­zioni e monopoli, in primis nel settore energetico, e il previsto processo di privatizzazione è sta­to da poco avviato. Per fronteggiare le conse­guenze della pandemia sul tessu­to produttivo serbo, Belgrado ha varato tre piani di aiuti nello scorso biennio, per una cifra complessiva di 8 miliardi di Eu­ro, hanno permesso di contenere gli effetti della pandemia (Pil -0,9% nel 2020), preservando sa­lari e livelli occupazionali. Per quanto concerne le Pmi, che rap­presentano oltre il 95% delle realtà imprenditoriali serbe, esse hanno potuto beneficiare di aiuti in forma di pagamento da parte dello Stato di alcune mensilità degli stipendi dei propri dipen­denti e altri sussidi.

 

A proposito di Unione Europea: quali sono le caratteri­stiche che il Paese deve fornire per il futuro ingresso?

Sul piano internazionale, la priorità di Belgrado rimane il percorso di adesione all’Unione Europea, che ha registrato un po­sitivo sviluppo a dicembre 2021 con l’apertura del “cluster 4”, re­lativo all’agenda verde e alla connettività sostenibile. Anche a livello regionale, Belgrado continua a farsi promo­trice di una maggiore coopera­zione con i Paesi vicini, in parti­colare Albania e Macedonia del Nord, con i quali ha lanciato l’i­niziativa di integrazione “Open Balkan” volta a favorire la libera circolazione di merci, persone, capitali e servizi. Il 2021 è stato peraltro l’anno in cui la Serbia ha visto per la prima volta nella sua storia la convergenza di politica energeti­ca e climatica. Se nell’immediato occorre superare la crisi energeti­ca che ha colpito l’intera Europa, la rotta resta la neutralità climati­ca nel 2050, in linea con i para­metri europei. A tal fine, il Dica­stero dell’Energia ha provveduto a riformare il quadro legislativo di riferimento per i settori chiave di riferimento, ovvero energia, minerario, fonti rinnovabili ed efficienza energetica. Tutti passi, questi, che avvi­cinano ulteriormente Belgrado alla famiglia europea, con il forte e convinto sostegno dell’Italia.

 

Italia-Serbia, un binomio…

Direi un binomio vincente nel segno della complementa­rietà, oltre che una vicinanza cul­turale, storica ed economica che suggella quella geografica. Secondo i dati dell’Ente Sta­tistico serbo, nel 2021 l’inter­scambio tra Italia e Serbia ha raggiunto il record assoluto di 4,1 miliardi di euro. È stato così superato persino il precedente primato del 2018, quando si era­no toccati i 4,03 miliardi. L’in­terscambio bilaterale risulta in crescita del 23,5% rispetto al 2020, ma anche del 7,8% rispetto al 2019. Dati, questi, molto si­gnificativi che testimoniano - do­po la flessione ‘fisiologica’ dell’anno più duro della pande­mia, in cui comunque l’inter­scambio si era mantenuto su nu­meri apprezzabili - la dinamicità e la vivacità degli scambi com­merciali tra i due Paesi. Vola an­che il nostro export. Le esporta­zioni italiane verso la Serbia, in­fatti, sono cresciute del 19,6%, per un totale di 2,3 miliardi di euro, mentre le esportazioni ser­be verso l’Italia hanno registrato un +28,8%, per un totale di 1,8 miliardi di euro.  La crescita a doppia cifra del­l’interscambio commerciale tra Italia e Serbia continua nel primo bimestre 2022, pari a +23,2%, per un valore di 669 milioni di Euro. Un ritmo che renderebbe realistico il raggiungimento, an­che quest’anno, in assenza di successivi sussulti, della cifra re­cord dei 4 miliardi di Euro di in­terscambio complessivo. Inoltre, l’aumento delle rotte aeree di Air Serbia verso diverse città italiane e la stabilizzazione del quadro epidemiologico dovrebbero favo­rire le relazioni economiche bila­terali nel proseguo del 2022. Questa tendenza positiva non de­ve però farci dimenticare che ci confrontiamo con un contesto fortemente competitivo e una concorrenza sempre più agguer­rita.

 

Infine, qual è il suo punto di vista in merito al Paese e alle rela­zioni bilaterali con l'Italia?

Se i dati sopracitati fotografa­no una performance economica molto lusinghiera a livello bilate­rale, dall’altro certificano nel 2021 anche il (lieve) sorpasso ci­nese quale secondo partner com­merciale della Serbia, al posto dell’Italia. Dobbiamo quindi ul­teriormente valorizzare il pecu­liare approccio imprenditoriale italiano, che privilegia la crea­zione di legami duraturi con le comunità e il territorio in cui opera. Le aziende italiane conti­nuano a dimostrare un vivo inte­resse per una presenza diretta nel mercato serbo che, nei decenni, è giunta a contare 1.600 società con una quota di capitale italia­no, assicurando un significativo contributo allo sviluppo sociale ed economico della Serbia. Le aziende italiane danno impiego a circa 50.000 lavoratori conside­rato l’indotto, e generano oltre il 5,5% del Pil nazionale serbo. So­no presenti in maniera capillare nel Paese, sia per settori (banca­rio, assicurativo, automotive, tes­sile-abbigliamento, Ict, energie rinnovabili, agroalimentare), sia per collocazione geografica, dal Nord al Sud della Serbia. Tra gli ultimi investimenti italiani a cui ho presenziato, vi sono state le inaugurazioni della stazione di rifornimento di gas tecnici del gruppo Siad a Belgra­do e del terzo stabilimento per la produzione di fodere tessili di Aunde a Jagodina, nella Serbia centrale. Segnali di un’Italia che continua ad esserci in Serbia e a voler continuare a crescere, in­sieme.

 

Intervista pubblicata nell'edizione cartacea di Tribuna Economica del 25 aprile 2022

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