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Dopo il discorso di apertura dell’Ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede, S.E. Pietro Sebastiani, si è sviluppato il dibattito che ha approfondito i temi del convegno. Ciascuno dei relatori ha portato il risultato della sua esperienza e del suo modo di intendere la radio, uno scambio dal quale sono emerse

innumerevoli considerazioni e interessanti elementi di conoscenza per tutta la platea. Relatore privilegiato Mons. Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria per la comunicazione della Santa Sede che ha centrato il suo intervento sulla “radiovisione”, da lui definita  una evoluzione naturale della radio, non un canale televisivo.

 

(Articolo pubblicato nell’edizione cartacea di Tribuna Economica il 18 dicembre 2017)

 

 Un termine da lui utilizzato per il futuro di Radio Vaticana: “durante questi due anni e mezzo abbiamo studiato molto il grande patrimonio e la ricchezza della nostra emittente, sia di professionalità che di presenza in tutto il mondo. Il Papa, avviando il processo di riforma, ci ha chiesto di non ‘imbiancare’, ma di ‘dare nuova forma’ alle cose. Non perché erano sbagliate, ma perché la convergenza digitale ci chiede un modello di sviluppo che sia sempre meno identitario dei vari profili dei singoli media. I profili identitari spariscono, ma questo non significa trasformare la radio in televisione, - ha puntualizzato il prefetto a proposito della “radiovisione”- è una radio che fa la radio, e che insieme valorizza elementi visivi che possono permettere di entrare nelle case attraverso il digitale terrestre”. Tra i possibili apporti visivi che arricchiscono la produzione della radio, Viganò ha fatto l’esempio dell’inserimento dell’udienza del Papa mentre è in corso una radiocronaca.

“La radio non produce immagini, ma le stimola”. A farlo notare è stato Enrico Menduni, di Roma Tre, “Non poteva sfuggire alla Chiesa la grande potenzialità della radio. La congenialità della Chiesa con i media comincia con San Paolo, - ha dichiarato il professore soffermandosi sull’evoluzione e il rinnovamento della radio - che fino agli anni Ottanta  ha conquistato la fiducia delle nicchie generazionali, in particolare dei giovani e, dopo gli Anni Ottanta, con l’avvento del digitale, ha modificato i modi di produzione, pur restando analogica in termini di diffusione. Col passaggio dal digitale a Internet, sono nate le “web station” e lo streaming audio e video. Oggi la digitalizzazione della radio è parziale, ma andiamo verso una totale digitalizzazione”, - ha concluso Menduni, secondo il quale il futuro della radio passa dalla responsabilità di non sprecare le tecnologie, ma di metterle a servizio della cultura, dell’informazione e di una comunicazione interattiva che ha al suo centro la persona.

Dopo alcuni significativi cenni storici sul rapporto tra la chiesa e media e sulla nascita e l’evoluzione di Radio Vaticana, raccontati da Raffaella Perin, dell’università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, è stata la volta di Gerardo Greco, direttore del Giornale Radio Rai e di Radio 1: “La benedizione “Urbi et Orbi” con cui Papa Pio XI inaugurò la Radio Vaticana fu un momento molto importante, un passaggio epocale. Mi rendo conto di diventare direttore di una radio in un momento in cui nella realtà Pio XI sia qua dentro”,  mostrando con un cenno della mano il suo cellulare a tutti i presenti. “Dalla Radio nelle case siamo passati prima alla radio a ‘transistor’, dunque una ri-evoluzione ulteriore,  qui però – ha aggiunto Greco insistendo sul cellulare – transita tutto. Allora, che cosa deve e può diventare oggi la radio al di là del parlato? Secondo me la Radio ha una capacità di attrazione fantastica: fa sì che tutto il resto, le foto, le immagini, il video, vengano quasi attratte dal puro parlato. La Radio, secondo me, riesce ad attirare sempre e comunque, perchè vince sul resto, su tutte le altre evocazioni”.

Questo e altri costituiscono il motivo per cui sulla Radio ha deciso di investire anche Mediaset.  “Il mercato delle radio, infatti, ha recentemente dato il benvenuto al nostro gruppo - come ha spiegato Federico di Chio, Direttore del marketing strategico di Mediaset - ogni qualvolta la tv entra nelle case e conquista il salotto, spinge, per così dire, fuori di casa la radio. Così la Radio sceglie altre strade, con cui però poi la tv deve sempre fare i conti”. Il direttore, però, non è entrato nel merito della discussione circa “il primato dell’una sull’altra”, perché secondo lui sono “due mezzi complementari”, “da qui la scelta imprenditoriale di Mediaset di entrare in questo settore: “quando la tv non si vede - ha dichiarato - si ascolta alla radio”. 

“Il futuro della radio già c’è: è la radiovisione”. Ne è convinto Pierluigi Diaco, giornalista e conduttore di Rtl 102.5 (intervista a parte, ndr. Pubblicata ieri anche nell’edizione online). Di parere opposto Fabio Volo, conduttore di Radio Deejay, secondo il quale invece “la radiovisione è una brutta tv e una bruttissima radio. La radio è una cosa intima, personale: è come leggere un libro. La sorella della radio non è la televisione, è la letteratura. La radio è emozione, e quindi è eterna. La televisione generalista è in crisi, gli ascolti delle radio invece sono in crescita”, ha dichiarato Volo. Un esempio: “Tutto il calcio minuto per minuto”, definita dalla sua “voce”, Riccardo Cucchi, una trasmissione storica nel modo di “fare la radio”, dove “la breaking news è un goal”. “La radio è la casa della parola, e il grande privilegio della radio è il non avere immagini.

Se quindi la televisione generalista è in crisi e le radio invece sono in continua crescita, un esempio su tutti: “Tutto il calcio minuto per minuto”, una pietra miliare nella storia della radio, “una trasmissione, anzi, la trasmissione radiofonica per eccellenza, che ha cambiato modo di fare la radio - come ha detto il suo storico conduttore Riccardo Cucchi, chiamato a chiudere il convegno.  Tutto il calcio, a ben pensarci, è stata la prima trasmissione di ‘allnews’ esistente e a proposito di ‘interferenze, quale interferenza più bella di due voci che si sovrappongono per dire ‘rete!!. Quello che tutti dicono essere un grande difetto della radio, cioè il non avere immagini, - ha concluso Cucchi - è in realtà per me proprio il grande pregio e privilegio della radio. L’assenza di immagini richiede un uso forte, pesante, autentico della parola, che le restituisce così il suo ruolo di veicolo primario della comunicazione”. 

 

Stefano Piermaria

 

(Tribuna Economica – Riproduzione riservata)