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Stando a una nuova relazione della Corte dei conti europea, tra il 2014 e il 2022 la Commissione europea dovrebbe stanziare oltre 3,3 miliardi di euro per sostenere gli investimenti in start-up innovative tramite fondi di venture capital.

A oggi, però, non ha ancora eseguito una valutazione completa delle esigenze del mercato o della capacità di assorbimento. Inoltre, ha fornito solo pochi elementi che comprovino l’impatto prodotto, rileva la Corte.

Il venture capital funge da catalizzatore per l’innovazione, la creazione di occupazione e la crescita economica. Per oltre 20 anni, la Commissione ha fornito venture capital alle PMI per migliorarne l’accesso ai finanziamenti, aiutarle ad avviare le loro attività e promuovere un ecosistema sostenibile di venture capital. Convogliando i propri investimenti attraverso il Fondo europeo per gli investimenti (FEI), la Commissione ha messo a disposizione di 140 fondi 1,7 miliardi di euro e, a metà 2018, aveva già versato alle imprese oltre la metà di tale ammontare.

La Corte ha esaminato i sei interventi della Commissione gestiti a livello centrale a partire dal 1998, che sono stati finanziati a titolo di vari settori di bilancio destinati, ad esempio, alle imprese, all’industria e alla ricerca, compreso lo sportello PMI del FEIS. La Corte ha valutato se la Commissione avesse fatto buon uso dei propri strumenti, se il FEI ne avesse assicurato un’adeguata attuazione e se fossero stati attratti investitori pubblici e privati.

La Corte ha constatato che le decisioni della Commissione in merito all’entità degli interventi dell’UE erano scarsamente motivate, perché non erano state eseguite valutazioni d’impatto preliminari oppure perché le valutazioni erano state preparate solo quando le decisioni sulla dotazione degli interventi erano già state prese. La Corte avvisa che, se si aumentano le risorse finanziarie per i fondi di venture capital senza quantificare in modo adeguato il deficit di finanziamento, vi è il rischio che questi finanziamenti non siano assorbiti.

La Commissione fornisce sostegno in base al merito dei progetti e non in funzione dell’ubicazione geografica dei fondi di venture capital o dei settori di investimento. La Corte sostiene che questo approccio basato sulla domanda favorisce chiaramente i mercati del venture capital più sviluppati: ciò porta a una concentrazione degli investimenti nelle maggiori economie dell’UE, mentre i mercati e i settori meno sviluppati potrebbero riceverne di meno.

Il mercato del venture capital nell’UE dipende ancora fortemente dal settore pubblico, secondo la Corte, la quale ravvisa nel modesto tasso di rendimento una delle ragioni del basso livello d’interesse degli investitori privati. La Commissione non ha ancora vagliato la possibilità di cedere agli investitori privati il rendimento che le spetta, possibilità che già ammette solo nel caso degli investimenti sociali.

Il FEI è un investitore primario e il suo processo di due diligence è spesso considerato come un “timbro di approvazione”. Tale organismo dovrebbe tuttavia abbreviare il processo di approvazione delle domande di finanziamento, che può richiedere oltre un anno di tempo. Inoltre, ha prestato scarsa attenzione alla capacità dei fondi di gestire la fase di disinvestimento: per i primi strumenti, i fondi non sono riusciti a vendere tutte le imprese in portafoglio nel corso della propria vita. In aggiunta, le commissioni addebitate alla Commissione non sono del tutto trasparenti e quelle di incentivazione collegate alla strategia non incoraggiano pienamente gli investimenti in mercati del venture capital o settori di attività meno sviluppati.

Per migliorare il valore aggiunto degli interventi dell’UE sul mercato del venture capital, la Commissione dovrebbe: eseguire le necessarie analisi per migliorare la valutazione degli interventi dell’UE;  sviluppare una strategia d’investimento complessiva;  adoperarsi, insieme al FEI, per razionalizzare la gestione degli interventi dell’UE da parte di quest’ultimo.