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Tutti premono, ma ci sono grandi domande senza risposte. Partiamo così: rispetto a prima, in quanti andrebbero/andranno a prendere un caffè o un aperitivo al bar mettendosi in coda per gustarselo e, se va bene, investire 20 minuti del proprio tempo solo per ordinarlo, non

comodamente seduti, ma, in piedi e a distanza di sicurezza? 

Secondo: ci preoccupiamo delle distanze di sicurezza al ristorante: ma il problema non è la sola  distanza in sé, è l'aria che circola all'interno del locale.

Terzo: vado in spiaggia a distanza di sicurezza; chi mi assicura che toccando spiaggia, o qualunque altra cosa, e, facendo un bel bagno rinfrescante, sono tranquillo? Come strutturare l'ingresso dei bagnanti in acqua? Idem per le piscine. Come dire ad un bambino: „Aspetta, non giocare con gli altri, non toccare“? A me sembra pura fantascienza. La sera vado a fare due passi in centro: affollato. Quindi, sono vacanze?

Quarto: se un locale/ristorante prima aveva 30/40 coperti e, con le nuove regole, oggi, ne potrà avere intorno ai 15/20 (forse), riapre? Non credo sia economicamente sostenibile rispetto alle spese di gestione.

Quinto: ho visto un capo di abbigliamento interessante, mi metto in coda 20/30 minuti solo per verificare se c'è taglia, provarlo, verificare se mi sta bene, pensarci su e/o altro? Nel quotidiano ho parecchi dubbi. Certo, una volta su dieci lo faccio; per il resto passo avanti e vivo lo stesso.

Questo vale anche per Centri Commerciali, palestre, sport in generale e molte altre attività economiche e/o culturali soprattutto al chiuso, dove gli interrogativi sono ancora molti e le risposte poche.   

Attenzione: con ciò non sto „distruggendo“ categorie in questione, anzi, il contrario, sto cercando di capire per poter far capire. Mi pongo domande che non si dicono o problematiche che si snobbano a fronte di „una nuova realtà“, a mio avviso, molto allarmante per chi, con queste attività, si procura da vivere oltre che dare lavoro. 

 

Francesco Bartolini Caccia

Direttore Tribuna Economica