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La pandemia di COVID-19 ha creato nuove problematiche nelle politiche di riduzione dei rifiuti generati dalla plastica. Nonostante le politiche e le iniziative promosse a livello europeo e la sensibilità fortemente cresciuta nell'opinione pubblica, la produzione, l'uso

e il commercio di plastica non smettono di crescere. E l'inquinamento generato dai rifiuti della plastica mette a rischio l'ambiente marino e non solo e contribuisce a determinare i cambiamenti climatici.

Lo rileva la relazione presentata dall'Agenzia europea dell'ambiente «Plastics, the circular economy and Europe′s environment – A priority for action».

Anche il COVID-19 ha avuto un ruolo non indifferente sui livelli di produzione e consumo di plastica nonché dei relativi rifiuti. La relazione, ad esempio, rileva come il brusco aumento dei rifiuti di plastica dovuto alla domanda di mascherine e guanti nonché l’evoluzione della produzione e dell'uso di prodotti di plastica monouso (come i contenitori da asporto per alimenti e gli imballaggi di plastica usati per le vendite online), possono incidere sugli obiettivi europei per la riduzione dell'inquinamento da plastica e il passaggio a un uso sistematico di tale materiale più sostenibile e circolare.

La relazione evidenzia come i tessuti sintetici rappresentino un problema sempre più rilevante: i consumatori europei gettano ogni anno circa 5,8 milioni di tonnellate di prodotti tessili (abbigliamento, calzature e tessili per la casa), più o meno 11 chilogrammi a persona, di cui circa due terzi sono in fibre sintetiche. I tessuti a base di plastica rappresentano circa il 60 % dell'abbigliamento e il 70% dei tessili per uso domestico.

L'Agenzia raccomanda pertanto di "promuovere fibre sostenibili e controllo delle emissioni di microplastiche e migliorare la raccolta differenziata", perché "il riutilizzo e il riciclo possono migliorare la sostenibilità dei tessuti sintetici".