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L’economia italiana ha risentito pesantemente degli effetti della crisi da Covid-19. Le misure di sostegno a famiglie e imprese hanno contribuito a contenere la caduta del prodotto nel 2020. L’avvio della campagna di vaccinazione all’inizio

dell’anno in corso, il graduale allentamento delle restrizioni e il rinnovato sostegno a famiglie e imprese hanno concorso a sostenere l’inversione di tendenza osservata nel secondo trimestre, quando l’attività economica è aumentata di oltre il 17 per cento rispetto al corrispondente periodo del 2020. In base all’indicatore trimestrale dell’economia regionale (ITER) elaborato dalla Banca d’Italia, la ripresa è stata più marcata al Nord rispetto al resto del Paese. Secondo la stima preliminare dell’Istat pubblicata il 29 ottobre, nel terzo trimestre il PIL sarebbe cresciuto del 3,8 per cento nel confronto con il periodo corrispondente del 2020; sarebbe aumentato del 2,6 per cento rispetto al trimestre precedente.

La ripresa registrata nella prima parte del 2021 è stata ovunque sostenuta dal recupero delle esportazioni, già iniziato nella seconda metà del 2020. In base al Sondaggio congiunturale sulle imprese industriali e dei servizi realizzato dalla Banca d’Italia in autunno, la dinamica dell’accumulazione nell’anno in corso è superiore ai piani formulati nel 2020. Nel primo semestre del 2021 la liquidità delle imprese ha continuato ad aumentare. Indicazioni positive si osservano anche sotto il profilo dei consumi e dei redditi. Secondo l’Indagine straordinaria sulle famiglie italiane condotta dalla Banca d’Italia, si è ovunque ridotta nel corso dell’anno la quota di famiglie che prevedono di contrarre i consumi essenziali; nel Centro Nord è diminuita da aprile anche la percentuale dei nuclei che ritengono il proprio reddito inferiore ai livelli pre-pandemia. In tutte le aree il risparmio accumulato è stato in larga parte indirizzato verso strumenti finanziari liquidi, quali i depositi, che potrebbero sostenere i consumi in fase di ripresa e il pagamento delle rate dei debiti al termine delle moratorie sui prestiti alle famiglie. Le condizioni del mercato del lavoro mostrano segnali di miglioramento. Nei primi otto mesi dell’anno le posizioni lavorative nel settore privato non agricolo sono aumentate ovunque, soprattutto nella componente a termine del Centro Nord e nel comparto turistico del Mezzogiorno (cfr. il capitolo 4: Il mercato del lavoro). Anche la partecipazione al mercato del lavoro ha mostrato un parziale recupero nella prima metà del 2021, più intenso nel Mezzogiorno, pur rimanendo su valori inferiori a quelli pre-pandemici. In luglio, con la scadenza del provvedimento di sospensione delle cessazioni promosse dal datore di lavoro, il tasso di licenziamento è moderatamente salito, soprattutto nel Mezzogiorno, per poi tornare in agosto su livelli contenuti in tutte le aree. Nel primo semestre del 2021 la dinamica del credito ha seguito principalmente quella dei prestiti alle imprese. Questi ultimi hanno rallentato al Nord e nel Mezzogiorno; l’incremento si è invece arrestato al Centro. I finanziamenti alle famiglie consumatrici hanno accelerato grazie alla ripresa del credito al consumo e all’ulteriore espansione dei mutui. Il tasso di deterioramento dei prestiti alle imprese è ovunque diminuito, quello riferito ai finanziamenti alle famiglie consumatrici è rimasto su livelli contenuti. Sulla base dei dati preliminari di fonte Siope, l’attività di investimento delle Amministrazioni locali avrebbe continuato a espandersi in tutte le aree del Paese nei primi nove mesi dell’anno in corso (cfr. il capitolo 5: Le politiche pubbliche). La maggior flessibilità nell’uso dei fondi europei, introdotta dalla Commissione in risposta alla crisi pandemica, ha accelerato la spesa delle risorse per i programmi comunitari. L’utilizzo dei fondi nazionali si caratterizza ancora per notevoli ritardi: a giugno del 2021 i pagamenti a valere sul Fondo per lo sviluppo e la coesione ammontano a meno del 9 per cento delle risorse programmate. Nel prossimo futuro le risorse delle politiche di coesione saranno affiancate da quelle previste nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). L’efficacia dei singoli interventi previsti dal PNRR dipenderà anche dalle condizioni di partenza dei territori; tra queste, il grado di digitalizzazione delle economie locali avrà un ruolo trasversale e determinante (cfr. il riquadro: Un indicatore del livello di digitalizzazione territoriale).

UN INDICATORE DEL LIVELLO DI DIGITALIZZAZIONE TERRITORIALE.  Lo sviluppo digitale di un territorio è un fattore indispensabile per sostenere l’innovazione e la competitività del suo sistema produttivo e per promuovere le competenze e l’inclusione sociale. La pandemia di Covid-19, rendendo palese la rilevanza strategica dello sviluppo digitale come prerequisito per lo smart working, ne ha evidenziato ulteriormente l’importanza. Dal 2015 la Commissione europea elabora l’indice di digitalizzazione dell’economia e della società (digital economy and society index, DESI), un indicatore composito che sintetizza la performance digitale degli Stati membri considerando cinque fattori: (a) la dotazione infrastrutturale e il grado di utilizzo delle reti (connettività); (b) le competenze digitali dei cittadini; (c) l’uso dei servizi online da parte dei cittadini; (d) l’adozione delle tecnologie digitali da parte delle imprese; (e) l’offerta di servizi digitali della Pubblica amministrazione (e-government). Nel 2020 l’Italia si trovava al venticinquesimo posto su 28 paesi nell’indicatore generale e all’ultimo per le competenze digitali, mostrando un forte ritardo anche nell’utilizzo di internet da parte dei cittadini e nell’adozione delle tecnologie da parte delle imprese. Il Paese era invece in linea con la media europea per connettività ed e-government. Alcune elaborazioni relative al 2019, che differiscono lievemente rispetto alla metodologia DESI 2020 per l’indisponibilità di alcune variabili a livello regionale (cfr. nelle Note metodologiche la voce Indicatore composito di digitalizzazione territoriale), evidenziano l’eterogeneità dei livelli di digitalizzazione delle macroaree italiane (comunque inferiori alla media europea) e il forte ritardo delle regioni meridionali (figura). Tra le diverse componenti, solo l’indice che valuta la connettività, sia per la copertura delle reti sia per la diffusione tra le famiglie, si mostra nel complesso omogeneo tra le macroaree. Il ritardo del Mezzogiorno è assai marcato nelle competenze digitali; in particolare, si collocano a un livello molto basso sia l’incidenza degli specialisti dell’information and communication technology (ICT) sul totale degli occupati, sia le competenze digitali di base degli individui. L’uso di internet da parte dei cittadini è più elevato nella media delle regioni del Centro, soprattutto per l’impiego della rete nel tempo libero. L’integrazione delle tecnologie digitali nei processi produttivi delle imprese risulta migliore nelle regioni del Nord Ovest, grazie alla maggiore diffusione di big data e cloud. Infine l’indice che valuta l’e-government raggiunge valori massimi nel Nord Est, sia nell’offerta di servizi pubblici digitali, sia nell’utilizzo degli stessi da parte dei cittadini. Il PNRR, definitivamente approvato nel luglio 2021, ha stanziato per i prossimi cinque anni ingenti risorse per lo sviluppo digitale del Paese. In particolare la Missione 1 (Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo), che incide per circa un quinto sul totale dei fondi del PNRR, destinerà quasi 34 miliardi di euro (l’83 per cento del totale della Missione 1) alla digitalizzazione e all’innovazione della Pubblica amministrazione (PA) e del sistema produttivo. Gli interventi nella PA riguarderanno il miglioramento dell’infrastruttura digitale, i servizi offerti ai cittadini e le competenze digitali del personale; per le imprese le risorse verranno impiegate in un piano di incentivi all’innovazione (Piano Transizione 4.0), oltre che nel miglioramento delle reti a banda ultralarga. La digitalizzazione delle Pubbliche amministrazioni locali interesserà prevalentemente le aree che esibiscono i maggiori ritardi in termini di sviluppo digitale; oltre il 45 per cento degli investimenti nella connettività a banda ultralarga si svilupperà nelle regioni meridionali. Ulteriori finanziamenti e riforme per favorire la digitalizzazione sono previsti nelle altre missioni del Piano; le principali iniziative riguarderanno la scuola, per potenziare le competenze dei docenti e degli studenti, e la sanità, per rafforzare la telemedicina, ammodernare il parco tecnologico ospedaliero e consolidare gli strumenti per l’analisi dei dati.