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Nei primi nove mesi del 2022, le imprese prefigurano un nuovo aumento del fatturato, dopo il significativo recupero registrato nello stesso periodo del 2021. Il 62 per cento delle aziende ha indicato un incremento delle vendite, superiore al 25 per cento per quasi una su cinque. La crescita è

stata particolarmente sostenuta nel settore del tessile, abbigliamento e calzature, in cui nel 2021 una quota minoritaria di imprese aveva recuperato i livelli precedenti la pandemia: il fatturato è aumentato per il 75 per cento delle aziende e la crescita ha oltrepassato il 25 per cento in circa un terzo dei casi. L’andamento positivo del fatturato ha riguardato anche le esportazioni, cresciute per il 60 per cento delle aziende (a fronte di una stabilità per circa un quarto di esse)

Sono proseguite le difficoltà legate ai costi e ai tempi di approvvigionamento delle imprese, che nei primi nove mesi dell’anno hanno riguardato soprattutto l’aumento dei prezzi degli input produttivi. L’incidenza della spesa per elettricità e gas su quella complessiva per beni e servizi è cresciuta rispetto al 2021: è diminuita la quota di aziende per cui essa è inferiore al 10 per cento (69 per cento, dall’82) ed è raddoppiata quella delle imprese per cui supera il 20 per cento (15 per cento, dall’8). Gli incrementi dei costi sono stati più significativi nell’industria, in cui la spesa energetica è una componente mediamente più rilevante. Molti rispondenti hanno riscontrato anche altre difficoltà di approvvigionamento, quali il rincaro di input produttivi diversi da elettricità e gas (circa tre quarti delle aziende nell’industria e la metà di quelle dei servizi), maggiori costi o tempi connessi con i servizi di logistica, ritardi nelle forniture o rilevanti indisponibilità di input produttivi. Le strategie di risposta ai rincari energetici nei primi nove mesi del 2022 sono state eterogenee. Il 46 per cento delle imprese manifatturiere e il 17 di quelle dei servizi hanno aumentato i prezzi di vendita; il 27 e il 20 per cento hanno ridotto i margini di profitto. Per contenere la spesa, il 20 per cento delle aziende ha rivisto i contratti di fornitura, il 17 ha ridotto i tempi di funzionamento degli impianti, il 16 ha adeguato gli impianti a fonti energetiche alternative o ha fatto maggiormente ricorso all’autoproduzione di elettricità e il 14 ha realizzato investimenti in macchinari a minor consumo energetico. L’incremento dei prezzi di vendita e la riduzione dei margini di profitto sono state anche le principali risposte alle difficoltà di approvvigionamento di input di produzione diversi da quelli energetici.

Nel complesso, le imprese si attendono che le vendite rallentino nei sei mesi successivi, sia sul mercato interno sia su quello estero. Il 43 per cento prevede una crescita dei ricavi e una quota analoga ne prevede una stazionarietà. L’andamento delle vendite favorirebbe la redditività, nonostante i rincari degli input: il 76 per cento delle imprese prevede di chiudere l’esercizio in utile nel 2022, una quota in linea con quella dello scorso anno e con quella media del quadriennio precedente la pandemia. La percentuale di imprese che prevede di chiudere in perdita è scesa a circa il 13 per cento (dal 16 nel 2021).

Quasi il 40 per cento delle imprese, sia nell’industria in senso stretto sia nei servizi, ha indicato un rialzo delle ore lavorate nei primi tre trimestri dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2021; una quota di poco superiore ne ha segnalato una stazionarietà. Per il complesso del 2022, le imprese prefigurano un aumento del numero degli occupati: la quota di chi prevede un’espansione della compagine supera di 18 punti percentuali quella di chi ne prevede una riduzione (da 14 nella scorsa rilevazione), a fronte del 45 per cento di imprese che intende lasciarla invariata. Un quarto delle aziende ha indicato di aver avuto difficoltà nel reperimento della manodopera nell’ultimo anno (28 per cento nei servizi) e una quota di poco inferiore si attende di averne nei prossimi 12 mesi. L’incremento delle ore lavorate si attenuerebbe nei prossimi sei mesi: il saldo tra chi intende aumentarle e ridurle è di circa 11 punti percentuali, da 20 nei primi tre trimestri dell’anno.

Nel 2022 il 63 per cento delle aziende ha realizzato investimenti in linea con quelli programmati alla fine dell’anno precedente; la quota di imprese che hanno investito più del previsto (19 per cento) è stata analoga a quella delle imprese che hanno rivisto al ribasso la spesa (18 per cento, da 13 nella precedente rilevazione). I piani sono stati superati in particolare nel settore tessile, abbigliamento, e calzature, soprattutto per motivi legati all’organizzazione interna e all’andamento della domanda, mentre sono stati ridimensionati più frequentemente nel settore dei trasporti, magazzinaggio e comunicazione, anche in questo caso prevalentemente per motivi organizzativi. Nel primo semestre dell’anno la domanda di prestiti bancari è rimasta stabile per il 68 per cento delle imprese ed è cresciuta per il 19 per cento, per lo più sospinta da esigenze di finanziamento del capitale circolante e per investimenti fissi; il saldo tra risposte di un aumento e quelle di una riduzione della domanda di prestiti ne indica un incremento più elevato nell’industria che nei servizi (10 e 2 punti percentuali, rispettivamente). Il saldo complessivo riferito alle previsioni per il semestre in corso, pari a 8 punti percentuali, prefigura un ulteriore incremento dei prestiti nel secondo semestre. Secondo le imprese, le condizioni di indebitamento nel primo semestre sono complessivamente peggiorate rispetto al semestre precedente (il saldo tra giudizi di miglioramento e peggioramento è pari a -13), soprattutto nella componente dei tassi di interesse. La quota di aziende che hanno indicato una riduzione delle disponibilità liquide rispetto a dicembre del 2021 supera di 8 punti quella di chi ha indicato un aumento (a fronte del 47 per cento che ne segnala una stabilità). Tuttavia, per quasi la totalità delle imprese le attuali disponibilità riusciranno a soddisfare le necessità operative fino ad almeno la fine dell’anno; il 71 per cento le considera addirittura più che sufficienti o abbondanti rispetto a tali necessità (78 per cento nel 2021).

Il saldo tra le prospettive di aumento e quelle di riduzione degli investimenti è pari a 15 punti percentuali (20 nei servizi e 8 nell’industria), a fronte di una spesa che rimarrebbe sostanzialmente stabile per circa il 50 per cento delle aziende. Tali prospettive sarebbero favorite dagli incentivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), di cui stanno beneficiando (o beneficeranno nei prossimi mesi) il 57 per cento delle imprese per investimenti in beni strumentali afferenti al programma transizione 4.0 e il 53 per cento per investimenti volti ad aumentare l’efficienza energetica e l’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili.

Nel 2022 il settore delle costruzioni continuerebbe a crescere, sebbene a un ritmo inferiore rispetto allo scorso anno: la quota di imprese per cui la produzione è aumentata rispetto al 2021 supera di 28 punti percentuali quella di chi ha subito una contrazione (da 43). Anche le imprese di costruzione sono state diffusamente interessate da problemi nell’approvvigionamento degli input produttivi. Per quasi il 90 per cento delle aziende sono aumentati i costi degli input non energetici. L’indisponibilità di beni intermedi, i rincari energetici, i ritardi nelle forniture e i problemi logistici hanno interessato ciascuno oltre il 60 per cento delle imprese e per il 20 per cento i problemi sono derivati dall’inadeguatezza delle linee di credito accordate.

L’espansione dell’attività, sia nell’edilizia pubblica sia in quella privata, sta beneficiando delle misure pubbliche a sostegno degli interventi di ristrutturazione del patrimonio edilizio: nei primi nove mesi dell’anno, circa il 70 per cento delle imprese operanti nell’edilizia residenziale ha svolto lavori che hanno usufruito del Superbonus introdotto dal DL 34/2020 (c.d. “decreto rilancio”). Per quasi tre imprese su cinque, il PNRR sta inoltre determinando o potrebbe determinare nei prossimi 12 mesi un incremento delle commesse di opere pubbliche. Il 38 per cento delle imprese ha aumentato l’occupazione rispetto al 2021, a fronte di un 14 per cento che l’ha ridotta (figura 5b). Il 44 per cento delle aziende ha incontrato problemi nel reperimento della manodopera negli ultimi 12 mesi e un’analoga quota prevede di incontrarli nei prossimi 12. La domanda di prestiti bancari nel primo semestre 2022 è aumentata rispetto a quello precedente: il saldo tra giudizi di incremento e giudizi di contrazione è rimasto stabile a circa 5 punti percentuali. Secondo le imprese edili le condizioni di indebitamento sono peggiorate rispetto al secondo semestre 2021: il saldo tra i giudizi di miglioramento e peggioramento delle condizioni complessive è sceso a -15 punti percentuali, riflettendo principalmente l’incremento dei tassi di interesse, che sono stati giudicati in peggioramento da oltre il 50 per cento delle imprese. Nel 2022 la redditività aziendale è ulteriormente migliorata: il saldo tra le imprese che prevedono di chiudere l’anno in utile e quelle che si aspettano una perdita è salito a 71 punti percentuali (da 67), un valore elevato nel confronto storico.

Le prospettive di crescita rimarrebbero positive anche per il 2023, sia nell’edilizia pubblica sia in quella privata. Oltre il 65 per cento delle imprese interessate si attende di trarre beneficio dal Superbonus nei prossimi sei mesi; per quasi metà di queste, la misura riguarderebbe almeno un terzo della produzione.