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L’assistenza finanziaria dell’UE alle regioni carbonifere ha avuto un impatto limitato sulla creazione di posti di lavoro e sulla transizione energetica, si afferma nella relazione pubblicata dalla Corte dei conti europea. Malgrado i progressi generali, il carbone

rimane una fonte significativa di emissioni di gas a effetto serra in numerosi paesi dell’UE. La Corte invita pertanto ad usare il nuovo Fondo per una transizione giusta in modo efficace ed efficiente, per alleviare l’impatto socioeconomico sulle regioni carbonifere della transizione dell’UE verso la neutralità climatica.

Il settore europeo del carbone è stato in costante declino negli ultimi decenni. Per sostenere la transizione socioeconomica ed energetica nelle regioni carbonifere, erano disponibili fondi della politica di coesione dell’UE: per il 2014‑2020, sono stati forniti circa 12,5 miliardi di euro alle sette regioni carbonifere oggetto dell’audit. Sebbene la produzione sia stata notevolmente ridotta, nel 2019 alla combustione di carbone era ancora imputabile il 15 % delle emissioni di gas a effetto serra dell’UE. Il graduale abbandono del carbone a fini di generazione di energia è stato considerato di recente nel Green Deal europeo un fattore essenziale per conseguire gli obiettivi climatici per il 2030 e realizzare la neutralità climatica entro il 2050. Il Fondo per una transizione giusta, istituito nel giugno 2021, mette a disposizione 19,3 miliardi di euro nel periodo 2021‑2027 per le regioni ed i settori più colpiti dalla transizione verso la neutralità climatica.

Il Fondo per una transizione giusta, una componente fondamentale del Green Deal europeo, fornisce notevoli risorse aggiuntive alle regioni carbonifere”, ha dichiarato Nikolaos Milionis, il Membro della Corte dei conti europea responsabile dell’audit. “La Commissione europea dovrebbe far sì che i fondi dell’UE sostengano un chiaro percorso di graduale abbandono del carbone, tenendo conto delle tensioni sul mercato dell’energia seguite all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia”.

La riduzione della produzione di carbone ha inevitabilmente determinato un calo del numero di lavoratori in tale settore. In alcune regioni, come la Lusazia (Germania) e la Slesia (Polonia), tali riduzioni di personale sono state realizzate attraverso fluttuazioni naturali di occupati e pensionamenti, mentre in altre regioni, ad esempio nella Moravia-Slesia (Repubblica ceca), le imprese carbonifere hanno dovuto licenziare i propri lavoratori. Per i lavoratori del settore del carbone licenziati erano disponibili attività di formazione finanziate dall’UE; tuttavia, stante l’indisponibilità dei dati riguardanti la partecipazione, gli auditor della Corte non hanno potuto stabilire se queste misure abbiano aiutato detti lavoratori a trovare una nuova occupazione. Gli auditor della Corte non hanno neanche constatato alcun impatto significativo dei finanziamenti sulla capacità di produzione di energia da fonti rinnovabili nelle regioni esaminate. Anche gli investimenti finanziati dall’UE volti a conseguire risparmi di energia hanno avuto un impatto modesto o non hanno potuto essere quantificati.

Prima di proporre il Fondo per una transizione giusta, da destinare alle regioni e ai settori più colpiti, la Commissione non ha svolto un’analisi adeguata delle realizzazioni conseguite in queste regioni grazie ai precedenti finanziamenti dell’UE, né delle necessità ancora da soddisfare. In particolare, la Corte segnala il rischio che i fondi potrebbero essere spesi senza che la transizione abbia luogo. La durata limitata del programma accentua tale rischio, poiché la maggior parte dei fondi devono essere impegnati entro la fine del 2023 ed utilizzati entro la fine del 2026. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 e i relativi effetti sul mercato dell’energia potrebbero inoltre comportare ritardi nel graduale abbandono del carbone.

Infine, la Corte ha osservato che, in alcuni paesi dell’UE, il carbone prodotto a livello nazionale era stato sostituito da importazioni o da altri combustibili fossili. La Germania e la Polonia, ad esempio, hanno aumentato in misura significativa le loro importazioni di carbone negli ultimi 15 anni. Di conseguenza, il carbone rimane una fonte significativa di emissioni di gas a effetto serra, specie in Polonia, Repubblica ceca, Bulgaria, Germania, Slovenia e Romania. La Corte ha inoltre constatato che non si era prestata sufficiente attenzione alle emissioni di metano derivanti dalle miniere di carbone chiuse o abbandonate.